sabato 14 febbraio 2015

Ci penso io, ho studiato problem solving!

Quando le banalità diventano materia di specializzazione


Vado a un'interessante presentazione sulla missione Rosetta, quella dell'atterraggio sulla cometa. Quella che ha tanto angustiato i redattori del TG4 - vi ricordate? - che adesso quando fanno il presepio e mettono la stella non è più la stessa cosa, e gli si è rovinata tutta la magia, poverini!
 
Tra i relatori sono presenti alcuni ricercatori italiani che hanno coordinato la missione, e che ci raccontano in modo coinvolgente le importanti sfide scientifiche e tecnologicheche che hanno dovuto affrontare per far atterrare, per la prima volta nella storia, un oggetto fatto dall'uomo su una cometa, il tutto dopo un viaggio interplanetario durato molti anni. Ci raccontano della complessità tecnica e scientifica della missione, ma anche dei problemi logistici e di coordinazione di un'impresa che ha visto lavorare assieme un gran numero di tecnici e di scienziati provenienti da molti paesi diversi per un periodo di due decenni, caratteristica questa ormai comune a molti progetti scientifici nei campi più disparati della ricerca.

Al momento delle domande, si alza tra il pubblico un ragazzo sui 25 anni che dice di essere uno studente dell'ultimo anno di master in economia aziendale e non ricordo in che altro, che chiede: "vorrei sapere...per far lavorare assieme in modo proficuo così tante persone diverse, quali tecniche di problem solving avete utilizzato?" E poi sciorina alcune sigle, che evidentemente identificano alcune di queste tecniche, forse universalmente note ma a me completamente sconosciute.

I relatori si guardano un po' imbarazzati, "...rispondo io?...rispondi tu?...dai rispondi tu..." e alla fine uno di essi prende il microfono e dice esitante: "...mah,... veramente noi abbiamo usato soltanto il buon senso!". 

C'è stato un applauso.

Ora, io non ce l'ho con quel ragazzo. Non ha colpa, poverino. Io ce l'ho con i mandanti! Ce l'ho con quelli che lo hanno addestrato a credere che i problemi legati alle attività umane si risolvano con le tecniche di problem solving. Le tecniche che hanno sigle - leggo su Wikipedia - che recitano APS, DMAIC, FMECA, PDCA, PSS... Ah, c'è anche il "FARE", che è un acronimo che sta per (giuro!) Focalizzare, Analizzare, Risolvere e Eseguire. Me la immagino già questa equipe specializzata, capitanata da un senior problem solver, con l'improbo compito di trovare un acronimo adatto a descrivere una sequenza di azioni ovvie. In realtà sarebbe stato meglio chiamarlo FAREM, ma si sono dimenticati la M di Mecojoni! Ci sarebbe anche (giuro anche su questo!) la tecnica del "Pensiero Laterale", la cui voce però - si scusa Wikipedia - è ancora tristemente vuota. Evidentemente non si sono ancora messi d'accordo su quali puttanate scriverci.

Ce l'ho insomma con quella cultura che dai master sforna giovani convinti che per dirigere un'azienda, un gruppo di lavoro, una collaborazione, serva conoscere la ricetta, la regoletta codificata, e poi basta applicarla come da manuale e tutto funzionerà alla perfezione. Così che se poi l'azienda fallisce, se il progetto non funziona, se magari tocca anche licenziare un centinaio di persone, non è certo per colpa loro, che hanno fatto il master e hanno diligentemente applicato il problem solving, ma sicuramente il colpevole è qualcosa che esula dalle loro responsabilità.

Ce l'ho con questa moda, sempre più diffusa presso uffici e aziende, di farti un corso di "problem solving" che si risolve in un concentrato di banalità e ovvietà spacciandotelo per il metodo moderno imprescindibile per organizzare un gruppo di lavoro. Che uno si chiede: ma come ho fatto fino a adesso che non conoscevo il problem solving! Chissà se Adriano Olivetti o Enzo Ferrari si intendevano di problem solving mentre davano lustro a due delle aziende più innovative della storia?

Ce l'ho, insomma, con chi ha addestrato quel ragazzo a credere che serva studiarsi un po' di libri di quelli che si trovano negli autogrill vicino alle casse (dopo i salumi e prima dei peluche) per affrontare a testa alta il mondo dalla parte della stanza dei bottoni. Ce l'ho con quelli che si sono dimenticati dell'incommensurabile importanza che hanno l'esperienza, le capacità, e soprattutto il buon senso su qualunque ricetta preconfezionata.


PS:  Non vorrei che il lettore restasse angustiato dal non sapere cosa sia il metodo del "Pensiero laterale", del quale Wikipedia ancora non parla, per cui estraggo questo scritto molto illuminante, tratto da un sito ad esso dedicato.

"Per cercare di far capire meglio il concetto di pensiero laterale vi propongo una favoletta con soluzione laterale
Una fanciulla ed un principe si amano perdutamente e vogliono sposarsi. La perfida regina vuole mandare a monte il matrimonio.
La regina sottopone la fanciulla a prove difficili ma ella le supera tutte. Il giorno prima del matrimonio la regina, il principe e la fanciulla passeggiano lungo il viale del parco, ricoperto di sassolini bianchi e neri. La Regina prende un sacchetto dalla sua borsa e dice alla fanciulla:
”hai superato molte prove, ma ne manca ancora una: quella della fortuna. Non voglio che il principe sposi una ragazza sfortunata ed ecco come io lo verificherò: metterò in questo sacchetto nove sassolini neri e un sassolino bianco. Tu infilerai una mano nel sacchetto ed estrarrai un sassolino, se sarà bianco sposerai il principe, altrimenti sarai imprigionata nella torre per tutto il resto della tua vita. Accetti quest'ultima prova?
La fanciulla rispose con voce tremante “si”.
La perfida regina si china, raccoglie dal viale senza farsi vedere 10 sassolini neri e li mette nel sacchetto. Solo la fanciulla se ne accorge. La regina esclama, con un ghigno soddisfatto: “estrai un sassolino e vedremo quale sarà la tua sorte!”
Che cosa avreste fatto voi al posto della fanciulla?
La fanciulla estrasse un sassolino che naturalmente era nero ma rapidamente lo fece cadere, fingendo di farselo sfuggire dalle mani, nel viale pieno di sassolini neri e bianchi. La regina esclamò: "E ora? Non possiamo sapere quale sassolino hai estratto!" ma la fanciulla rispose:
"Mia Regina non è un problema! Basta guardare nel sacchetto: se ci sono 9 sassolini neri significa che ho estratto quello bianco; se c'è un sassolino bianco vuol dire che ho estratto un sassolino nero!"
La fanciulla era abile nella soluzione di problemi utilizzando il pensiero laterale."

5 commenti:

  1. Il pensiero laterale è una cosa seria. Si tratta, in poche parole, di riuscire ad applicare metodologie diverse dalle solite, trovare analogie in campi del tutto differenti e agganciarle al tuo. Ma difficilmente puoi insegnarlo (credo che in sostanza sia questo il succo del post). Direi per definizione, se si insegna NON è pensiero laterale.

    Comunque alcune tecniche di organizzazione aiutano, l'importante è non perdere di vista il fatto che si tratti solo di tecniche, che se non sai risolvere i problemi difficilmente suppliranno a questa tua mancanza.

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    1. Esatto, Gianni, la mia critica è sul pretendere di insegnare quello che è per lo più l'insieme delle capacà che una persona dovrebbe avere, e codificare tutto ciò in un insieme di regole. Se a uno non viene in mente che per affrontare un problema, qualunque esso sia, prima deve "focalizzare", il problema, poi "analizzare", poi "risolvere" e infine "eseguire", vuol dire che ha dei problemi molto più a monte...

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  2. Condivido in toto, oggi vedo tantissimi esperti di marketing e tecniche commerciali usare sigle ed espedienti di questo genere, per poi vedere le aziende che si sono rivolte a loro fallire miseramente nei propri obbiettivi. È una tristezza. Certo che trovare nuove soluzioni a vecchi problemi è una bella cosa, ma il buon senso e la capacità (spesso innata) d'analisi non devono essere prevalsi da questa giungla di sigle e studi! Bravo!
    maicolengel - bufale un tanto al chilo!

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  3. le aziende soprattutto in Italia quando falliscono è perché non hanno saputo fare probelm solving!Si tratta di una capacità che bisogna apprendere non si tratta di semplice buon senso e s e non si applica ciò che ci si sforza di tramettere nei corsi buonanotte! . il buon senso ci fa fare delle cose giuste e ci può andare alla grande. Il problem solving ti insegna a scegliere e ad applicare strategie diverse compiendo passi che consentono di diminuire la possibilità di errore ma che soprattutto consentono di conoscere in maniera approfondita tutti i dettagli della situazione che si sta affrontando.Il p.s. consente di allenare anche la capapcità di pensiero laterale e quindi di migliorarla . Il problem solving è un prezioso alleato di vita e solo chi giudica senza conoscere di che si tratta può trarre delle conclusioni del tipo che leggo. buona fortuna

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  4. Tali opinioni sono esposte da chi giudica senza conoscere le metodologie di problem solving . desidero precisare che affidarsi al buon senso garantisce se si è bravi e fortunati probabilità di successo ma spesso il buon senso non basta. Il problem solving ti consente di aumentare le tue probabilità di successo perché ti aiuta a scegliere la strategia più opportuna,le capacità non sono possedute da tutti allo stesso livello e qualora siano possedute vanno comunque allenate, pensiero laterale in primis! anche l'uovo di colombo era una banalità ma lo stratagemma adottato ha consentito all'uovo di stare in piedi. se le aziende falliscono la motivazione risiede spesso nella poca capacità e soprattutto onestà di applicazione del problem solving che rappresenta un preziosissimo alleato nella vita e nel lavoro . provare per credere.

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