giovedì 31 maggio 2018

Quando ti assegnano i superpoteri avanzati

Anche nel mondo dei Supereroi si fanno discriminazioni


Esistono gli esseri umani normali, come la maggior parte di noi, e poi esistono i Supereroi. I Supereroi sono quella categoria ristretta di esseri speciali, che per la maggior parte del tempo appaiono come tutti quanti, con i soliti pregi e difetti, ma poi, all'occasione, sfoderano i loro superpoteri, di cui sono stati misteriosamente dotati da forze sconosciute.

Ed ecco che c'è chi è capace di leggere nella mente, passare attraverso i muri, compiere balzi prodigiosi, sprigionare raggi laser potentissimi dai polpastrelli, o trasformarsi in esseri muscolosissimi come Hulk, che a causa di questo superpotere ha dilapidato un patrimonio in camicie.



Non sappiamo come avvenga la distribuzione dei superpoteri agli umani, da parte dell'Ente Supremo che li gestisce. Non sappiamo come questo misterioso Comitato decida di affidare al signor Brambilla la capacità di superare la velocità della luce, e alla signora Luisa, invece, quello dell'invisibilità.

Sappiamo però che a volte la cupola dei Supereroi si trova a spazzolare il fondo della pentola dei superpoteri rimasti ancora disponibili, e quindi può capitare che una mattina ti svegli e ti ritrovi con un superpotere che, diciamo, è di dubbia utilità pratica, e che difficilmente ti tornerà utile per salvare il mondo.

E' il caso di una signora italiana (le cui generalità sono state occultate dal Gruppo di Coordinamento Mondiale dei Supereroi) che, alcuni anni fa, aveva avuto in dono il superpotere di mummificare le uova.

Ebbene sì, c'è chi riesce a passare attraverso i muri, chi diventa invisibile, chi fonde l'acciaio con la mente, e chi invece ha il superpotere di mummificare le uova con la sola imposizione delle mani.

Questa signora, resasi improvvisamente conto di avere acquisito questo superpotere, presa da un reale sconcerto aveva contattato il Cicap, il Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sulle Pseudoscienze, con l'intento di capire cosa le stava succedendo (Why me?!)

La signora ha raccontato agli esperti del Cicap di essersi resa conto di poter mummificare le uova con la sola imposizione delle mani. Le bastava rompere un uovo su un piattino, imporre le mani, lasciare l'uovo a riposare per qualche giorno, e incredibilmente, alla fine, invece di marcire e produrre l'insopportabile puzza di uovo marcio, l'uovo vetrificava e si seccava senza puzzare, come la mummia di Similaun.

L'uovo misteriosamente mummificato dall'imposizione delle mani
A parte che ci sarebbe da discutere su cosa scatta nella mente di un essere umano quando decide di rompere un uovo e, invece che friggerlo mettendoci sopra due fette di pancetta, imporci le mani e lasciarlo su una mensola per vedere se marcisce, ma non stiamo a farci domande a cui non è possibile dare risposta.

Fatto sta che, prima di capire in che modo il mondo avrebbe potuto essere salvato da questo inaspettato dono che le era stato assegnato, la signora voleva capire cosa le fosse realmente successo, e per questo si è rivolta al Cicap.

Gli esperti del Cicap, tutta gente pallosissima che non ride mai e non crede mai a niente, invece di stupirsi di questo incredibile superpotere, hanno chiesto alla signora di poter fare una prova semplicissima: accanto alle uova sulle quali la signora aveva imposto le mani, hanno chiesto di poter mettere altre uova rotte da un socio Cicap, che non aveva ricevuto nessun dono speciale se non quello di essere uno scettico rompicoglioni. 

Le uova sono restate buone buone per alcuni giorni, sia quelle a cui erano state imposte le mani, sia quelle del Cicap, identiche in tutto e per tutto escluso il fatto di non aver ricevuto la speciale infusione. E dopo alcuni giorni - magia! - tutte le uova si erano mummificate allo stesso modo, sia quelle "benedette", che quelle del Cicap.

Il motivo, spiegato dalla chimica e dalla fisica, è che in un ambiente secco quale era quello dove la signora aveva riposto le uova, l'acqua in esse contenuta evapora velocemente, prima ancora che i batteri riescano a far partire il processo che creerebbe muffa. Il risultato è che le uova si vetrificano direttamente, senza passare per lo stadio di uova marce e puzzolenti. Un semplice effetto dei fenomeni naturali, che ha illuso un Supereroe mancato.

Cosa ci insegna tutto questo? Ci insegna l'importanza del campione di controllo. Un ingrediente fondamentale della metodologia scientifica, sia che si ricerchi il bosone di Higgs che la mummificazione delle uova. Ovvero, andare a verificare se il fenomeno cercato si verifica anche in situazioni in cui non dovrebbe verificarsi, ovvero quando la causa che lo avrebbe dovuto verificare, non era presente (in questo caso l'imposizione delle mani). Il cosiddetto "fondo", per usare il gergo scientifico. E per colpa del Cicap e di un briciolo di razionalità, il mondo è stato privato di un potenziale Supereroe. Che comunque, diciamocelo, non avrebbe ricevuto chiamate urgenti molto spesso. Magari, al limite, dal ristorante di Cracco.

L'intera vicenda è raccontata dal Cicap in questo articolo o in questo breve filmato.



mercoledì 23 maggio 2018

Un termine usato a casaccio: il big bang

L'idea del big bang, l'esplosione che avrebbe dato origine all'universo, stuzzica i pensieri di tutti, anche di chi di astrofisica sa poco o nulla, e invita a elaborare congetture che spaziano dalla scienza alla filosofia, e a volte fino alla spazzatura. Questa storia che prima era tutto buio e non c'era nulla, e poi all'improvviso buum!!! un botto pazzesco, una luce accecante, e mille pezzi scagliati in giro, e poi, tempo 14 miliardi di anni, anno più anno meno, eccoci qua, scatena indubbiamente l'immaginazione, con ragionamenti fra i più svariati. E magari sorge spontaneo chiedersi cosa ci fosse prima, oppure dubitare che tutto questo sia realmente accaduto. In fin dei conti come facciamo a essere certi di qualcosa che - dicono - è accaduto quasi 14 miliardi di anni fa? Per non parlare della stampa, che mediamente un paio di volte l'anno, ogni volta che avviene qualche scoperta importante in astrofisica, scrive che la teoria del big bang è messa in crisi (e anche Einstein, già che ci siamo).

Peccato che tutto parta da un grossissimo equivoco: il big bang, inteso come l'inizio di tutto (qualunque cosa possa significare il termine "tutto") per la scienza, è un concetto sconosciuto. Nonostante anche gli scienziati usino spesso parlare della "esplosione iniziale", in realtà il significato che gli attribuiscono è ben diverso da quello che normalmente crede il grande pubblico.

Quindi adesso faremo un po' di chiarezza su che cos'è, e soprattutto cosa non è il big bang.

Tutta la storia nasce da un'osservazione fatta già alla fine degli anni venti del secolo scorso: le galassie si allontanano le une dalle altre, e più sono distanti, maggiore è la loro reciproca velocità di allontanamento.  E' la legge di Hubble, cioè la velocità di allontanamento tra due galassie distanti d, vale v=Hd, dove H è una costante che vale circa 70Km/sMps (chilometri al secondo per megaparsec). Ovvero due galassie distanti 3.26 milioni di anni luce (cioè 1 megaparsec), si allontanano con una velocità di 70 Km/s. Se sono due megaparsec, 140 Km/s, e così via.

Questa legge è quella che si otterrebbe per la velocità di allontanamento di punti disegnati sulla superficie di una membrana, o sulla superficie di un pallone, qualora la stirassimo in tutte le direzioni, ad esempio gonfiando il pallone. La distanza fra due punti qualunque aumenterebbe nel tempo, man mano che stiriamo la membrana del pallone, in modo proporzionale alla loro distanza. Ogni punto vedrebbe tutti gli altri punti allontanarsi da lui in questo modo. Esattamente quello che succede con le galassie: lo spazio fra di esse aumenta costantemente, e il risultato è la legge di Hubble. Conclusione, le galassie si allontanano, e il modo in cui si allontanano è interpretabile come un'espansione dello spazio fra le galassie, spazio che dilatandosi trascina con se le galassie, come la superficie del palloncino trascina con se i punti che ci abbiamo disegnato sopra. Ogni punto si considera al centro di tutto, e vede gli altri punti allontanarsi da lui, ma chiaramente non c'è un centro da cui è iniziata l'espansione, perché ogni punto vede lo stesso fenomeno.

Ma se le galassie si allontanano, allora è lecito pensare che, nel passato, esse erano più vicine fra loro. E possiamo immaginare di mandare il film dell'espansione dell'universo alla rovescio e chiederci quali dovevano essere le condizioni di un universo del genere man mano che procediamo col rewind. E per rispondere a questa domanda, applichiamo le leggi della fisica che conosciamo a un universo che, più procediamo indietro nel tempo, più doveva essere denso.

E se andiamo molto indietro con il filmato, arriviamo ad un certo punto in cui le galassie erano tutte sovrapposte fra loro, in una condizione di densità e temperatura ben diversa da quella attuale. In altri termini, in un universo del genere, non potevano esistere stelle e galassie, e la materia doveva essere disgregata nei suoi componenti fondamentali. Gli atomi, ma ancor più indietro nel tempo, i componenti più piccoli della materia.

Un universo del genere doveva essere molto più denso di quello attuale, e anche molto più caldo. Esattamente come un gas, che se lo comprimiamo aumenta di temperatura (la pompa della bicicletta si scalda quando la comprimiamo). La parola magica che descrive la caratteristica dell'universo primordiale è proprio questa: caldo!

Se immaginiamo quindi l'universo, quando era in queste condizioni, come un gas di particelle, dire che c'erano temperature elevate significa che le particelle al suo interno avevano grandi energie cinetiche. E' una cosa, questa, che sappiamo da tempo: in un gas la temperatura è proporzionale all'energia cinetica media delle particelle che lo compongono. E se le particelle che compongono il gas hanno energie cinetiche elevate, vuol dire che queste si muovono molto velocemente, e essendo la densità molto alta, vuol dire che esse sbattono fra loro continuamente, in urti ad alta energia. Come avviene negli acceleratori di particelle, dove si riproducono, sebbene solo in un punto, le condizioni dell'universo primordiale, facendo urtare fra loro protoni o elettroni. Insomma, l'universo primordiale doveva essere una brodaglia di particelle (compresi i fotoni, cioè la luce) che sbattevano continuamente fra loro ad alta temperatura, trasferendosi continuamente energia le une con le altre, e livellando continuamente le eventuali differenze locali di temperatura che potevano venirsi a creare. Praticamente una mega pogata sotto il palco di un concerto metal, dove se vuoi muoverti più veloce della media o se vuoi ballare un lento, non puoi, perché vieni continuamente urtato da qualche rompicoglioni, che ti obbliga a muoverti mediamente come tutti gli altri. Un posto ben poco invitante, e certamente poco vario rispetto all'universo attuale.

Adesso arriviamo al punto cruciale: l'immagine che ci siamo creati di questo ipotetico universo primordiale, che è basata sul mandare all'indietro il film delle galassie che si allontanano, è vera? Possiamo crederci? E come facciamo a controllare se è vera? Non sembrerebbe un problema semplice, visto che significa verificare qualcosa che è accaduto più di 13 miliardi di anni fa.

Beh, per verificare questa ipotesi possiamo chiederci se, in base alla fisica che conosciamo, quell'universo così caldo, denso e uniforme, così diverso da quello attuale, abbia lasciato tracce di quelle condizioni così particolari che siano visibili anche nell'universo di oggi. Qualche traccia, magari diluita dal tempo, che rappresenti la firma di quelle condizioni così estreme. E' successo questo?

La risposta è sì. Le nostre conoscenze di fisica ci prevedono che, partendo da un universo del genere, l'universo attuale debba essere permeato da un mare di fotoni con caratteristiche ben specifiche in termini di energia (ovvero frequenza), densità e uniformità spaziale e angolare. Questo mare di fotoni, la cui esistenza è stata prevista teoricamente in base alle nostre conoscenze di fisica, applicata al film fatto girare all'indietro, è stato realmente osservato già nel 1964, e in questo mezzo secolo è stato studiato con estrema accuratezza. Si chiama radiazione cosmica di fondo, e rappresenta letteralmente la fotografia dell'universo di più di 13 miliardi di anni fa. Essa ci mostra un universo estremamente uniforme, uguale ovunque, con soltanto piccolissime differenze locali di temperatura (ovvero densità). Eccola, questa fotografia. Forse non vi dice niente, ma è di gran lunga la fotografia più incredibile mai scattata.



Non solo. Lo stesso modello di universo primordiale che ha previsto l'esistenza di questo mare di fotoni, ci prevede anche che, in una fase ancora precedente (quindi con il film mandato indietro ancora un po'), debbano essersi formati i nuclei di idrogeno e elio, nati assemblando assieme i protoni e i neutroni che riempivano l'universo di allora, e che riuscivano ad agganciarsi fra loro mentre vagavano in quella brodaglia caldissima. Ma non basta. Questo modello, costruito con le leggi fisiche che conosciamo, ci prevede anche con precisione quanto elio ci deve essere rispetto all'idrogeno, supponendo vere quelle condizioni primordiali. Ce ne da una previsione ben precisa: il 25%. Questo numero è il risultato che viene fuori applicando le leggi della fisica che conosciamo a un universo caldissimo in espansione, mentre protoni e neutroni, sbattendo fra loro, cercavano di agganciarsi assieme formando Deuterio e Elio, il tutto mentre i neutroni diminuivano in numero perché decadevano trasformandosi in protoni, elettroni e neutrini. In questa previsione c'è tutta la fisica che conosciamo: fisica nucleare, interazioni deboli, elettromagnetismo, teoria cinetica dei gas, tutto!

E succede che se andiamo a misurare la frazione di Elio4 rispetto all'Idrogeno presente oggi nell'universo, troviamo che - accidenti! - questa vale proprio il 25%! Un numero molto maggiore di quello che verrebbe fuori se l'Elio presente nell'universo fosse quello prodotto dalla combustione dell'idrogeno nell'interno delle stelle. Un numero che non sarebbe spiegabile altrimenti. Se l'universo in passato non fosse stato caldo e denso e in espansione, con condizioni enormemente diverse da quelle attuali, non potrebbero esistere né la radiazione cosmica di fondo, né ci sarebbe stato verso di produrre una frazione di Elio rispetto all'Idrogeno pari a quella osservata.

Questo modello in cui l'universo si espande (che è un fatto osservato), si espandeva anche in passato, e era quindi estremamente caldo e denso, si chiama teoria del big bang.

E allora uno si chiede: ma in tutto questo dove sta il big bang? Dov'è la grande esplosione iniziale? Risposta: non c'è! La teoria del big bang non parla del big bang!

Che delusione, vero? Non ne parla per il semplice fatto che se continuiamo a mandare indietro il nostro film, ad un certo punto le condizioni della materia, la sua densità e temperatura, diventano così alte e estreme che le nostre conoscenze di fisica perdono di significato. Le stesse definizioni di spazio e tempo vacillano, e non si applicano a un universo con quelle caratteristiche.

A quel punto semplicemente non sappiamo cosa sia successo. E quindi non possiamo parlare di inizio. La teoria del big bang non dice NULLA di come sia nato l'universo. L'universo potrebbe essere perfino esistito da sempre, e per qualche motivo l'espansione potrebbe essere iniziata per effetti quantistici o chissà per che altro motivo. Potrebbe essersi compresso e espanso in una miriade di cicli. Semplicemente non lo sappiamo.

E allora perché spesso si parla di istante zero? Cosa vuol dire? Perché i fisici dicono spesso: "un secondo dopo il big bang, un miliardesimo di secondo dopo l'istante zero, etc?"

I fisici in realtà non intendono realmente l'istante zero, di cui, ripeto, non sappiamo dire nulla, nemmeno se è mai esistito. I fisici, quando dicono "1 secondo dopo il big bang", intendono sostanzialmente il tempo trascorso da quelle condizioni così estreme per le quali le nostre conoscenze di fisica diventano inutili. Con tutte le possibili incertezze del caso, perché mandando indietro il nostro filmato, a un certo punto, anche senza arrivare a quel momento topico (si chiama tempo di Planck, per inciso) potrebbero essere accadute cose strane, che al momento possiamo solo ipotizzare.

Puntata in preparazione: idee sbagliate sul big bang e l'espansione dell'universo: restate sintonizzati! Oppure, che fa più figo, "stay tuned!".

giovedì 10 maggio 2018

Gli ingredienti tipici di una notizia bufala

Ne mesi scorsi girava su Facebook un post che diceva più o meno: "Se vi chiamano dal numero tal dei tali, nn (senza la o, n.d.r.) rispondete, e (senza accento, n.d.r.) della Blue Whale. Fate girare".  Blue Whale è il fantomatico gioco russo che circola in rete, che avrebbe spinto un centinaio di adolescenti al suicidio. Fantomatico perché non ci sono prove che esista realmente.

Comunque questo post era stato circolato da una persona che, a sua volta, chiedeva aiuto per capire se fosse vero che quel numero era della Blue Whale, o se si trattasse di una bufala.




E quindi, come si fa a capire se una notizia è una bufala? A volte non è immediato, ma in generale ci sono caratteristiche rivelatrici inequivocabili, e spesso ci vuole più tempo a diffondere la bufala che ad appurare che, appunto, di bufala si tratta. Vediamo partendo dall'esempio sopra citato.

Innanzitutto gli errori di ortografia: uno che, con intenti seri, preparasse un cartello colorato con tanto di scritta per informarti di un pericolo serio, e poi risparmiasse quel mezzo secondo per non scrivere la "o" di non, e l'accento di è, come minimo è un imbecille, e quindi già questo rende difficile credergli. Come se sui pali della corrente, nelle stazioni scrivessero: "Attnzn ce lalta tenzn kese tokki muori!!".

Poi quella cosa che "è della Blue Whale". Come se si trattasse di un'azienda. La Blue Whale Enterprise. "Pronto, siamo della Blue Whale, lei è stato selezionato per suicidarsi, la informiamo che non può rifiutarsi e deve incidersi una balena sull'avambraccio. Passerà un nostro incaricato a controllare. No, un Mesoplodon europaeus non è valido, deve essere proprio una balena". Avranno i call center in Albania alla Blue Whale, che costano meno?

E poi bastano pochi secondi per controllare il numero di telefono. Basta aprire Google e inserire il numero di telefono nella casella di ricerca, e viene fuori che invece della Blue Whale Corporation quel numero si riferisce a un supermercato di Castenaso, alla periferia di Bologna (fonte).

Controllare una notizia che ci appare come una bufala smaccata, come in questo caso, costa veramente poco, in termini di tempo. Molto meno che condividerla su Facebook chiedendo agli altri cosa ne pensano, con il duplice effetto di darle ulteriore visibilità e di mostrare al mondo quanto siamo imbecilli.

In generale esistono svariati siti anti-bufala (ecco una lista), e basta digitare, sempre con Google, alcune parole chiave della notizia con in aggiunta la parola "bufala", e se qualcuno l'ha già catalogata come tale, ci apparirà il link. Quantomeno questo ci servirà a sapere che esiste la possibilità che sia una bufala, e che altri hanno già indagato in tal senso. Basta veramente poco, ma il punto è volerlo fare. Ma molti preferiscono diffondere la bufala dicendosi "in fondo che male fa?". Poi vedremo, che male fa.

Sempre dai siti anti-bufala impariamo che esistono siti che deliberatamente diffondono bufale, con lo scopo primario di guadagnarci in pubblicità. Infatti questi siti contengono all'interno banner pubblicitari, e ogni volta che qualcuno apre il sito, fa automaticamente guadagnare qualcosa al gestore del sito stesso, come ben spiegato ad esempio qui. Non solo, ma recenti inchieste (fonte) hanno mostrato come questi siti che diffondono bufale facciano capo a un numero ristretto di individui, che oltre a guadagnarci hanno il chiaro intento di diffondere false notizie con scopi politici e di orientamento delle opinioni, facendo leva su sentimenti di pancia della popolazione. E' curioso che, chi diffonde queste notizie, sventoli spesso la bandiera del "non mi faccio fregare", quando in realtà è il primo a farsi fregare.

Detto questo, ci sono alcuni ingredienti tipici che sono comuni a tutte le bufale.

L'uso smodato del maiuscolo e del punto esclamativo. Ditemi, dove vi capita di vedere articoli scritti tutti in maiuscolo? La prima cosa che viene in mente, quando si legge qualcosa del genere, è che chi scrive abbia qualche turba psichica. Della serie: ma che cazzo urli? Un articolo scritto tutto in maiuscolo è quantomeno indicativo di una persona che non è abituata a scrivere, e quindi difficilmente si tratta di qualcosa di affidabile. E molto probabile che sia l'improvvisazione di qualche buontempone (voglio essere buono, oggi). Comunque la ricetta per dimezzare il numero dei cazzari sarebbe quella di mettere l'utilizzo del caps-lock a pagamento.

L'invito a condividere, perché "non ce lo dicono". Soltanto il fatto che uno stia scrivendo su Facebook, o metta un link di Youtube o di un qualunque altro sito web dicendo "non ce lo vogliono far sapere" dovrebbe far insospettire anche Stanlio e Olio. Il fatto stesso che una cosa sia su internet è l'antitesi di "non ce lo vogliono far sapere". E poi "CHI" non ce lo vuole far sapere? CHI lo vuole censurare? Il potere? I Rosacroce? I Templari? Un nome, cazzo! Almeno per una volta diteci il responsabile: Pietro Gambadilegno non ce lo vuole far sapere!!

Controllare la data. Spesso sono articoli vecchi di anni che girano e rigirano, spacciati per notizia dell'ultima ora.

Se cliccate su un titolo che recita: "Non potete immaginare cosa ha fatto questa donna!", se vi va bene vi beccate un virus. E vi sta bene. Altrimenti li fate comunque guadagnare in pubblicità, e il contenuto del sito potrebbe essere di qualunque tipo, e certamente molto deludente rispetto alle aspettative (lo so bene, perché io quando vedo un link del genere ci clicco sempre, ovviamente!).

Controllate se l'immagine corrisponde al soggetto in questione. Su Google immagini è facile sapere a che cosa si riferisce un'immagine. Basta caricarla e chiedere di verificare se esistono immagini simili. Ad esempio se l'Onorevole Gasparri (fonte) avesse messo in pratica questa banale procedura, avrebbe scoperto che la foto che affermava di ritrarre uno zingaro pluriarrestato per furti in appartamenti e sempre rimesso in libertà, raffigurava in realtà Jim Morrison nella foto scattata dalla polizia a Miami nel 1969, dopo un famoso quanto turbolento concerto. Si sarebbe risparmiato, l'onorevole, una figura patetica.

Diffidare dai toni enfatici. Soprattutto se si tratta di una notizia inerente a qualche presunta scoperta scientifica, tipo "scoperta la cura del cancro!", oppure "Quest'uomo con la sua scoperta avrebbe risolto i problemi dell'umanità! (ma non ce lo fanno sapere)". A parte il "non ce lo fanno sapere", le scoperte scientifiche avvengono sempre per gradi, e in genere vengono rese note con un linguaggio che non è di questo tipo. Magari la notizia potrebbe avere del vero, ma poi la stampa e il titolista ci hanno messo il resto, trasformando un piccolo successo della ricerca in una scoperta epocale.

Quando vi dicono "scoperta la cura del cancro", sappiate che è certamente una scemenza. Intanto non esiste "il" cancro, ma tanti tipi diversi di cancro, e poi figuriamoci se una scoperta del genere avviene così, da zero a mille (vedi il punto precedente).

Se è una scoperta scientifica di quelle epocali, tipo prevedere i terremoti, curare il cancro (scusate se mi ripeto), o qualche altra malattia grave, effettuata da uno che nella vita normalmente fa tutt'altro, tipo l'elettricista in pensione, e questa scoperta è però disconosciuta dalla scienza ufficiale (come se poi ne esistesse un'altra), chiedetevi se è possibile che un elettricista in pensione possa scoprire, lui da solo, l'unico al mondo, come si prevedono i terremoti. Chiedetevelo prima di condividere la notizia. Fate questo piccolo esercizio mentale, e chiedetevi: vi fareste togliere il dente del giudizio da un commercialista con la passione dell'odontostomatologia? E da un architetto? Come dite? Non ve lo fareste togliere nemmeno da un neurologo, ma vorreste addirittura un dentista professionista, e magari pure bravo? E allora perché cazzo avete creduto a un laureato in scienza della comunicazione che affermava di essere l'unico al mondo a saper curare la Sclerosi Laterale Amiotrofica (Sla), santificandolo come il paladino dei diritti dei malati (fonte)?

Controllare se fa leva sui pregiudizi. Tutti abbiamo pregiudizi, e ci piace credere in ciò che supporta le nostre convinzioni. E quindi può succedere che se vediamo una foto con due persone di colore spaparanzate su una panchina, e sotto un titolo che ci ricorda che gli immigrati prendono 35 euro al giorno, saremmo portati a credere che quei due tipi siano la prova di un vergognoso spreco di denaro pubblico. E invece i protagonisti di quella foto erano tutt'altro.

Controllare se la notizia è pubblicata da altre testate. Anche se a volte la bufala è condivisa acriticamente anche da testate giornalistiche che dovrebbero essere serie, in genere, se la notizia dice che dal prossimo anno ci sarà l'obbligo di versare l'otto per mille al cugino della Boldrini, e questa notizia è pubblicata soltanto da vergognacheschifo.it, qualche dubbio ve lo dovete far venire, se non siete proprio stupidi.

Controllare bene il nome della testata. Ci sono siti che scimmiottano nomi di testate famose, con solo una lettera di differenza, tipo rebubblica.it, Ilmattoquotidiano.it, ilfattoquotidaino.it, ilgiomale.it, il messangero.it, etc, che funzionano come siti click-bait. Ovvero vivono sulla pubblicità pubblicando scemenze, sulle quali è forte la tentazione di cliccare.

E infine: ma comunque che male fa? Già, che male fa condividere una notizia falsa? Oltre a farci apparire idioti, può fare molto male. E' il caso di questo ragazzo (fonte) la cui foto qualcuno ha messo su Facebook, dicendo di condividerla, perché si trattava di un pedofilo. Non era vero, ma nel giro di poche ore questa persona ha avuto le caselle di posta subissate di insulti e minacce, il bar di cui era proprietario è stato imbrattato, e insomma, la sua vita è stata irrimediabilmente rovinata. Poco è servito smentire, perché si sa che le smentite sono sempre poco efficaci. E poi in tanti resta comunque il dubbio che "se lo hanno detto qualcosa di vero deve esserci". Quindi se vi viene in mente di condividere della merda simile, fatevi questa domandina, prima di appoggiare il ditino sul bottone del condividi: "e se un giorno dovesse capitare che al posto di quello sconosciuto ci fosse la mia faccia?"



giovedì 3 maggio 2018

Viaggiare (veloci) rende più giovani? Dipende...

"Viaggiare vi fa apparire più giovani, lo dice la teoria della relatività!"

Strano che a nessuna agenzia di viaggio sia mai venuto in mente come slogan, perché è vero. Infatti la teoria della relatività ristretta prevede che il tempo misurato da chi sta fermo scorra un po' più lentamente rispetto a quello di chi viene visto in movimento. E quindi chi sta fermo dirà: ma guarda quello lì, oltre a viaggiare (che di per sé in genere è già bello, a meno che non sei sul 40 da Roma Termini a Torre Argentina) resta pure un po' più giovane di me! Pare che la lobby dei produttori di creme antirughe faccia di tutto per tenere segreta questa scoperta.

E' il famoso paradosso dei gemelli. Due gemelli, che quindi hanno la stessa età, si salutano perché uno dei due parte per un viaggio con un'astronave che - già che ci siamo - è anche capace di viaggiare a velocità prossime a quella della luce. Quando il gemello viaggiatore ritorna dal suo viaggio, per il fratello che è rimasto a casa sono passati mettiamo 5 anni, mentre per il gemello viaggiatore solo 3. In ogni caso, indipendentemente dalla velocità che ha raggiunto, il gemello viaggiatore tornerà sempre un po' più giovane del fratello.

In realtà il lettore attento (i libri di fisica di una volta lo dicevano sempre: "il lettore attento...") potrebbe avere qualcosa da ridire. 

Infatti la teoria della relatività ristretta ci dice anche che due sistemi inerziali in moto relativo sono perfettamente equivalenti e indistinguibili. In altri termini non c'è nessun modo, nessun esperimento di alcun tipo, nessuna legge fisica, che ci permetta di dire chi sta fermo e chi sia realmente in movimento. Anzi, lo stesso concetto di "fermo" in assoluto, è privo di senso. Se mi mettessi nel sistema di riferimento di chi viaggia, infatti, potrei a pieno titolo considerarmi fermo, e a questo punto quello che non si è schiodato dal divano lo vedrei in movimento, lui e il suo divano. Una situazione perfettamente simmetrica, insomma. E allora come stanno le cose? Come faccio a dire che effettivamente a viaggiare si resta un po' più giovani, se la relatività stessa mi dice che non si può dire in assoluto chi si muove e chi sta fermo? Dove nasce l'asimmetria così famosa tra il gemello viaggiatore e quello sedentario?
Why rush? we wanna stay young! Si vede che non conoscono la teoria della relatività!

L'asimmetria nasce dal fatto che i due sistemi di riferimento non sono perfettamente equivalenti come potrebbe sembrare (a una lettura non attenta!). I due gemelli, infatti, all'inizio sono fermi entrambi nel sistema di riferimento del gemello sedentario, quello che resta sulla Terra. Il gemello viaggiatore poi parte da fermo e quindi, per forza di cose, accelera. Poi, per tornare indietro a confrontarsi col fratello, dovrà rallentare, e quindi decelerare, e poi accelerare di nuovo per ripartire, e poi decelerare quando è in prossimità del suo fratello che è restato a casa. Tutte queste accelerazioni e decelerazioni non coinvolgono invece il fratello sedentario. Risultato: il fratello sedentario sta in un sistema di riferimento inerziale, il fratello viaggiatore no. La conclusione è quindi che l'obiezione fatta poco sopra non è applicabile, perché i due sistemi di riferimento sono effettivamente differenti e distinguibili. Quello che resta più giovane è quello che ha sbattuto la faccia sul cruscotto dell'astronave, e si è preso il colpo di frusta al collo.

In realtà non si deve pensare che il paradosso dei gemelli sia spiegabile solo con la relatività generale, dato che coinvolge accelerazioni. Trascurando il periodo di accelerazione, infatti, la stessa relatività ristretta ci mostra che i tempi misurati nei due sistemi di riferimenti non sono più sincronizzati al ritorno del gemello viaggiatore, e effettivamente, al loro ritorno, i nostri eroi non hanno più la stessa età.

Questo fenomeno, difficilmente verificabile con gli esseri umani (Trenitalia si era offerta come testimonial, ma il treno che doveva essere utilizzato per il test è stato cancellato "causa ritardo nella preparazione del treno" mandando a monte l'esperimento) è stato però controllato usando orologi atomici estremamente precisi, uno lasciato a terra e uno messo su un aereo. Perfettamente sincronizzati all'inizio, non lo erano più dopo il volo.

Certo, su un aeroplano le velocità sono sempre molto inferiori a quelle della luce. Un jet supersonico, ad esempio, viaggia a un decimilionesimo della velocità della luce, e l'oggetto più veloce mai prodotto dall'uomo, la sonda Juno, che ha raggiunto raggiunto i 265000 Km/h nel suo viaggio verso Giove, ha comunque viaggiato al massimo a qualche decimillesimo della velocità della luce. Ma ci sono casi in cui la dilatazione dei tempi si manifesta in modo plateale. Questo avviene quando le velocità in gioco sono veramente prossime alla velocità della luce. Se con gli oggetti macroscopici la cosa è per ora tecnologicamente inarrivabile, con le particelle elementari è un gioco da ragazzi. Le particelle elementari, infatti, per come sono prodotte, per loro natura, viaggiano spesso a velocità che a tutti gli effetti sono pari a quella della luce, anche se non esattamente uguali.

Esiste ad esempio una particella che si chiama muone, che è uguale a un elettrone, con le stesse proprietà, ma solo circa 200 volte più pesante, che fa al caso nostro. Il muone, a differenza dell'elettrone, è instabile, e una volta prodotto, ad esempio in urti fra particelle, dopo poco decade, cioè si tramuta in particelle più leggere. Dopo "poco", significa dopo circa un milionesimo di secondo. Si dice che la sua vita media è quindi (circa) un milionesimo di secondo.

Questo avviene quando il muone è in quiete, cioè è prodotto e osservato fermo in laboratorio. Ovvero, se produciamo un numero molto grande di muoni fermi, e misuriamo quanto tempo ci mettono a decadere, scopriamo che in media decadono dopo un milionesimo di secondo da quando sono stati prodotti.

Però poi ci sono i raggi cosmici, che sono particelle di alta energia (tipicamente protoni) che provengono dallo spazio, e, nel loro vagare per l'universo, a volte intercettano lungo il percorso la terra. E quando si trovano la terra davanti, sbattono con i nuclei degli atomi che compongono l'atmosfera, producendo cascate di particelle secondarie, come avviene artificialmente anche negli urti prodotti con gli acceleratori di particelle. In mezzo a tutte queste particelle secondarie prodotte dai raggi cosmici quando sbattono contro i nuclei dell'alta atmosfera, vengono prodotti anche muoni.

Questi muoni hanno energie tipicamente elevate, data l'alta energia dei raggi cosmici primari che hanno causato gli urti. E alta energia significa, per una particella elementare, velocità prossime alla velocità della luce. Quindi anche i muoni prodotti da questi urti si muovono a loro volta a velocità prossime a quelle della luce. Chiaro no? Se lancio una boccia di biliardo così velocemente contro una boccia ferma tanto da spaccarla, anche i frammenti si muoveranno velocemente.

Ora, se non fosse vera la teoria della relatività, un muone prodotto in un urto del genere, dovrebbe percorrere, durante la sua vita media di circa 1 milionesimo di secondo, una distanza pari a L = ct = 300 metri, dove c è la velocità della luce e t è la vita media. Più o meno (che la velocità del muone sia pochissimo meno della velocità della luce è, per questo calcolo, del tutto irrilevante). In altri termini dopo 300 metri i muoni dovrebbero mediamente decadere e trasformarsi in altre particelle (elettroni e neutrini). Questo vuol dire che praticamente nessun muone, che tipicamente viene prodotto a dieci o venti di chilometri di altezza dalla superficie terrestre, dovrebbe poter attraversare tutta l'atmosfera terrestre e arrivare alla superficie restando "vivo".

E invece in superficie di muoni ne arrivano in grande quantità. Come fanno a percorrere una distanza così grande senza decadere nel frattempo?

La spiegazione sta proprio nella teoria della relatività.  Noi vediamo i muoni in movimento rispetto al nostro sistema di riferimento. E quindi la loro vita media, che da fermi sarebbe di un milionesimo di secondo, dal nostro punto di vista si dilata per il fatto che in realtà essi si muovono a velocità prossime a quelle della luce. Si dilata a tal punto da permettere loro di percorrere decine di chilometri invece che soltanto 300 metri, prima di decadere. Ed è per questo motivo che arrivano  sulla superficie terrestre. Dal suo punto di vista, il muone non noterebbe niente di strano. Lui, nel suo sistema di riferimento, in cui è fermo, campa come al solito, quel milionesimo di secondo. Il suo orologio interno, per così dire, non cambia. Siamo noi, che lo vediamo muoversi, a vederlo vivere più a lungo. La differenza, insomma, si nota soltanto al momento del confronto. Bello, eh?

In realtà la storia dei muoni è solo uno degli ennemila esempi di questo fenomeno. La realizzazione di un acceleratore di particelle, ad esempio, deve tenere conto della teoria della relatività e di tutti i suoi inghippi, e quindi anche del fenomeno della dilatazione dei tempi e della contrazione delle lunghezze. Se non lo si facesse un acceleratore di particelle semplicemente non funzionerebbe. Quelli che dicono che la relatività è solo una teoria, intendendo che non è stata dimostrata, straparlano. E' come andare a dire a un elettricista, che progetta impianti per guadagnarsi da vivere, che l'elettromagnetismo è solo una teoria. Il problema è che "teoria", nel linguaggio scientifico, non sempre corrisponde a ciò che si intende nel linguaggio comune.

Premesso tutto questo, chiediamoci quanto guadagnerebbe, in tempo, un astronauta che restasse svariati mesi di tempo nella stazione spaziale, grazie alla dilatazione relativistica del tempo: un astronauta, infatti, si muove rispetto ai suoi colleghi umani sulla terra a una velocità che è di gran lunga superiore alle normali velocità, seppure alte, raggiungibili normalmente. La stazione spaziale internazionale, ad esempio, si muove a una velocità rispetto alla superficie terrestre di quasi 8 Km/s, che non si avvicina neanche lontanamente ai 300000 Km/s della velocità della luce, ma è moltissimo anche rispetto alla velocità di una Multipla Bipower in fase di sorpasso.

A parte lo stare qualche mese a gravità zero, che sembra riduca l'assimilazione del calcio con possibili problemi alle ossa, succede anche che il campo gravitazionale terrestre, all'altezza della stazione spaziale, è un po' inferiore che sulla superficie terrestre. E anche questo aspetto ha un effetto sulla misura del tempo, ma in senso opposto.

Infatti la teoria della relatività generale (quella di cui abbiamo parlato finora era quella ristretta, anche detta speciale) prevede che un campo gravitazionale rallenti lo scorrere del tempo. E quindi ne consegue che sulla superficie terrestre il tempo, a causa di questo effetto, scorra un po' più lentamente che sulla stazione spaziale. Questo effetto è stato misurato per la prima volta nell'esperimento di Pound e Rebka (fonte), e adesso è addirittura alla base del funzionamento del GPS (fonte) come avevo raccontato qui. I satelliti che servono per misurare la posizione sulla terra, infatti, sono in orbita attorno alla terra, e il loro tempo scorre diversamente che sulla superficie terrestre. L'effetto, piccolissimo per la vita umana e per i normali fenomeni quotidiani, non può invece essere trascurato per un posizionamento preciso, perché un errore di qualche miliardesimo di secondo ogni minuto si traduce, data la velocità della luce, in una perdita della posizione in meno di un'ora.

In pratica quindi, per un astronauta sulla stazione spaziale, ci sono due effetti contrastanti: l'alta velocità della stazione spaziale rispetto alla terra, che rallenta un po' lo scorrere del tempo rispetto a chi resta a terra, e la maggiore distanza dal centro della terra, che invece accelera l'orologio rispetto a chi sta sulla terra. Tra i due effetti, considerata la velocità della stazione spaziale, e la sua distanza dalla superficie terrestre (circa 400 Km) è il primo che vince. L'astronauta Scott Kelly, che ha un fratello gemello, ha trascorso un anno nello spazio, e questo gli ha permesso di guadagnare in totale circa 6 millisecondi rispetto al suo fratello gemello che è rimasto sulla terra, e anche rispetto a qualunque terrapiattista. Il fatto che il campo gravitazionale terrestre su in quota sia inferiore a quello sulla superficie, produce un effetto che va in direzione opposta, ma che, data la distanza dalla terra della stazione spaziale, e data l'intensità del campo gravitazonale terrestre, è circa 100 volte inferiore, e quindi sostanzialmente trascurabile. La massima velocità mai raggiunta da manufatto umano è stata ottenuta dalla sonda spaziale Juno (73.6 Km/s). A quella velocità, comunque irrisoria rispetto alla velocità della luce, il ringiovanimento sarebbe di circa un paio di secondi all'anno. Praticamente il tempo che si risparmia negli sms a scrivere xke invece di perché.