giovedì 14 novembre 2019

Il quantistico che fa piangere i fisici

L'entanglement quantistico spiegato ai cazzari (e speriamo che ponno capì!)

Medicina quantica, guarigione quantica, terapia quantica, architettura quantica, vino quantico, profilattico quantico. Giuro, esiste anche quello, e considerato che in meccanica quantistica esiste l'effetto tunnel, non credo sia stata una grande trovata. Da qualche anno il termine quantico, o il suo sinonimo quantistico, è diventato come la rucola, e lo trovi in tutto ciò che vorrebbe sembrare l'ultima scoperta scientifica, essendo invece una montagna di sciocchezze.



Ma a parte questo folclore, capita anche di leggere cose del genere (vedi link all'articolo completo) ad opera di un primario in psicologia di una Ausl di una importante città italiana:

"La teoria dell’Entanglement riconosce un ruolo di particolare rilevanza alla Mente e alle sue capacità di influenzare la realtà circostante attraverso l’energia/informazione degli atteggiamenti mentali, delle intenzioni e dei sistemi di credenze (...). Allo scopo di diffondere questa concezione innovativa (...) operiamo professionalmente per diffondere l’Entanglement nei processi di cura e nel mantenimento della salute."

A questo punto, di fronte a una frase del genere, a un fisico gli viene un coccolone. Nella frase in cui si dice che l'entanglement riconosce un ruolo di rilevanza alla Mente (maiuscolo!) e alla sua (della Mente) capacità di influenzare la realtà attraverso etc etc, è racchiusa tutta la totale incomprensione, da parte di chi fa queste affermazioni, di cosa sia l'entanglement, e cosa sia la meccanica quantistica. Un fisico capisce al volo che chi ha proferito questa frase non ha capito veramente nulla di queste cose.


E quindi vediamo di spiegare che cos'è l'entanglement quantistico passo passo, e spiegare anche perché l'entanglement e la meccanica quantistica non solo non c'entrano nulla con queste affermazioni, ma anzi, semmai dovessero entrarci, direbbero esattamente l'opposto! Cercherò di farlo nel modo più semplice possibile.

Quello che scriverò è più o meno il riassunto di un mio intervento al recente Cicap Fest a Padova, intitolato "Il quantistico che fa piangere i fisici".

La storia inizia alla fine del 1800, quando la fisica è rappresentata in modo emblematico da Isac Newton. La fisica Newtoniana è una fisica deterministica. Deterministica significa che, dato un sistema (una macchina fatta di ingranaggi e molle, un sistema planetario, una lavatrice...), e supponendo di conoscere con precisione le condizioni del sistema a un certo istante iniziale (la posizione, la velocità, la composizione di tutte le parti del sistema) è possibile, almeno in linea di principio, conoscere come evolverà il sistema a qualunque istante successivo, e quindi sapere come esso ci apparirà a seguito di una misura della sua "condizione".

Potrà essere complicatissimo, o perfino impossibile dal punto di vista pratico (pensiamo a un gas o un fluido, o anche il cestello coi panni della lavatrice, dove non possiamo conoscere la posizione e la velocità di tutto le particelle, e per questo possiamo descrivere il suo comportamento soltanto dal punto di vista statistico), ma concettualmente (è questo il punto) non c'è nulla che lo vieti.

E a sancire il successo di questa fisica ci pensa Urbain Le Verrier, un astronomo che a metà dell'800 ipotizza che certe anomalie dell'orbita del pianeta Urano siano dovute alla presenza di un ulteriore pianeta ancora sconosciuto, la cui presenza ne altererebbe il moto. E Le Verrier calcola, applicando proprio le leggi fisiche dell'epoca, quale dovrebbe essere la posizione nel cielo di questo nuovo ipotetico pianeta. E lo dice agli astronomi: "Astronomi, puntate i vostri telescopi lì, e vedrete che ci troverete un pianeta ancora ignoto".

Gli astronomi lo fanno e scoprono, proprio dove aveva detto Le Verrier, a meno di un grado di distanza nel cielo, quello che in seguito verrà chiamato il pianeta Nettuno.

Un successo incredibile: l'esistenza di un nuovo pianeta scoperta a tavolino, applicando le leggi fisiche note.

Sull'onda di questo successo, e nella convinzione che ormai la conoscenza dei fenomeni fisici sarebbe stata tutta una discesa, si entra nel ventesimo secolo, e si scoprono gli atomi. E dentro gli atomi i loro costituenti, gli elettroni, i nuclei, e così via. Quello che in gergo verrà chiamato il mondo dei quanti.

E qui... "Huston we have a problem"

Abbiamo un problema perché quelle leggi deterministiche, che pure avevano riscosso successi così clamorosi da farci prevedere la posizione di un nuovo pianeta sconosciuto nel cielo, falliscono miseramente se applicate al mondo dell'estremamente piccolo.

Falliscono talmente tanto che i fisici, nei primi 30 anni del ventesimo secolo, inventano una nuova meccanica per descrivere il mondo dei quanti: la meccanica quantistica.

La meccanica quantistica funziona benissimo. Descrive tutti quei fenomeni dove la fisica di Newton alzava bandiera bianca, ci da una spiegazione chiara degli spettri atomici, e combinata alla teoria della relatività ci indicherà perfino l'esistenza dell'antimateria.

Però ha un problema. Ha il problema che, contrariamente alla fisica di Newton, non è possibile dal punto di vista concettuale prevedere quale sarà l'esito di una misura su un sistema quantistico.

Infatti, mentre secondo la fisica classica una misura svela una condizione preesistente del sistema, una sua proprietà che esisteva già prima di effettuare la misura, nella fisica quantistica è l'atto della misura a determinare la condizione del sistema. Condizione che non è quindi determinata prima della misura stessa. Ma non nel senso che non è determinata perché non la conosciamo, ma proprio perché il sistema non ha una condizione determinata prima di effettuarne la misura (vedi nota 1 a piè pagina)

Quello che sa fare questa nuova fisica non è quindi quello di prevedere con certezza l'esito di una misura su un sistema quantico. La meccanica quantistica può soltanto calcolare la probabilità che, a seguito di una misura, il nostro sistema ci appaia in un certo modo, oppure un altro, o un altro ancora. L'atto della misura, secondo la meccanica quantistica, obbliga il sistema a "scegliere" fra una delle condizioni possibili, a caso in base alle probabilità assegnate (che - quelle sì - la meccanica quantistica può calcolare). Come avvenga questa "scelta", ovvero ciò che tecnicamente si chiama il "collasso della funzion d'onda", o anche la "riduzione del pacchetto", la meccanica quantistica non lo dice.

E' come se, immaginando il sistema solare come un sistema quantistico (cosa che ovviamente non è), non fosse possibile prevedere dove ci apparirà il pianeta Nettuno andandolo a cercare col telescopio, ma fossimo soltanto in grado di calcolare quale sarà la probabilità di trovarlo in un certo punto o in un altro dell'orbita. E è solo nel momento in cui puntiamo il telescopio nel cielo che il pianeta Nettuno assume una posizione definita.

Questo aspetto della nuova meccanica viene accettato per quello che è dalla maggior parte dei fisici (la cosiddetta "scuola di Copenaghen"), senza stare troppo a cavillare. Il motivo è che la meccanica quantistica funziona meravigliosamente bene, e permette e permetterà in futuro la scoperta di nuovi fenomeni, e la realizzazione di applicazioni pratiche, un paio fra tutte il laser e il transistor, il cui funzionamento è spiegabile solo tramite la meccanica quantistica.

Quindi i fisici dicono sostanzialmente "va bé, non capiamo questo aspetto della natura, ci sembra strano, assurdo o contro intuitivo, ma chi se ne frega: la meccanica quantistica funziona troppo bene per essere sbagliata, e se la natura ha deciso di funzionare così a livello microscopico, noi ne prendiamo atto". Shut up and calculate, insomma.

Questa situazione però non piace ad alcuni, tra cui Albert Einstein, che pur essendo stato uno dei padri fondatori della meccanica quantistica con la sua spiegazione dell'effetto fotoelettrico e della quantizzazione della radiazione elettromagnetica, e pur conoscendo bene l'efficacia della meccanica quantistica nel descrivere il comportamento del mondo microscopico, non se ne capacita che "Dio giochi ai dadi".

In questa frase, una delle più travisate e non capite della storia dell'umanità, in particolare da parte dei pensatori della domenica che si cimentano in tuttologia, Einstein vuole sottolineare come ritenga impossibile che un sistema, ancorché quantistico, non abbia realmente una condizione determinata prima di effettuarne la misura. Egli crede piuttosto che la natura ci appaia comportarsi così semplicemente perché la nostra conoscenza della meccanica quantistica è incompleta, ci manca un pezzo. Se conoscessimo realmente tutto del funzionamento del mondo quantistico, scopriremmo che l'esito di una misura, anche nel caso di un sistema quantistico, è perfettamente determinato fin dall'inizio, come per la fisica classica, e come per il caso del pianeta Nettuno.

Per fare una analogia (è solo una analogia, per capire cosa intende Einstein, non la prendete troppo alla lettera), è come quando lanciamo una moneta: l'esito del lancio ci appare indeterminato finché la moneta non si posa sul tavolo, e possiamo calcolarne soltanto la probabilità. Tuttavia, se conoscessimo con precisione il modo in cui lanciamo la moneta, la direzione, la velocità, le asperità del tavolo, le micro correnti d'aria, e tutti i dettagli del problema, potremmo addirittura calcolare, e quindi prevedere su che faccia si poserà la moneta.

Quindi è solo la nostra ignoranza di questo insieme di informazioni che ci fa credere che l'esito del lancio sia intrinsecamente indeterminato prima che la moneta si posi. In realtà, invece, è tutto scritto fin dall'inizio, e la moneta sa già su che faccia dovrà posarsi, fin dal momento in cui lascia la nostra mano.

E per sottolineare maggiormente quanto, secondo lui, fosse inaccettabile dal punto di vista concettuale la descrizione dei fenomeni quantistici, propone questo esperimento, all'epoca solo mentale ma realizzato in seguito, che prende il nome di argomento, o paradosso, di Einstein, Podolsky e Rosen (abbreviato EPR).

Il paradosso EPR, che rappresenta uno dei punti più importanti nella storia della comprensione dei fenomeni quantistici, e a mio parere anche uno dei contributi maggiori di Einstein alla fisica, è il seguente (vedi nota 2 a piè pagina).

Prendiamo una particella quantistica come un elettrone. Tra le varie proprietà che esso ha, c'è quella di avere uno spin. A noi in questo frangente non interessa affatto sapere cosa sia lo spin, ma ci basta sapere che, ogni volta che misuriamo lo spin di un elettrone, otteniamo o il valore "SU", o il valore "GIU'". L'elettrone, insomma, è come se avesse una freccetta che porta sempre con sé, che si presenta sempre soltanto rivolta verso l'alto o verso il basso.

La meccanica quantistica stessa prevede però che il valore dello spin non sia intrinsecamente determinato prima di effettuarne la misura, e è l'atto stesso della misura dello spin che -  in modo a noi sconosciuto, e che la meccanica quantistica non descrive -  "obbliga" l'elettrone ad assumere, in modo del tutto casuale, lo spin "SU", oppure "GIU'", con il 50% delle probabilità.

Fin qui, niente di nuovo rispetto a quanto sappiamo già.

A questo punto, dicono EPR, consideriamo una particella che abbia spin 0, e supponiamo che questa particella ad un certo punto decada in due elettroni. La particella iniziale improvvisamente - puff - scompare, e al suo posto compaiono due elettroni che si allontanano reciprocamente, uno che va da una parte, e uno dall'altra. Sembra una cosa strana, ma sono fenomeni molto comuni e molto studiati nel mondo della fisica quantistica.

Ora, siccome la particella iniziale aveva spin 0, e lo spin è una di quelle quantità che si conserva sempre nei processi fisici (come ad esempio la quantità di moto), anche la somma degli spin dei due elettroni in cui essa è decaduta dovrà essere pari a zero. E siccome gli spin degli elettroni possono essere soltanto "SU" o "GIU'", inevitabilmente i loro spin dovranno essere opposti per dare un risultato di spin nullo: se un elettrone ha spin "SU", l'altro dovrà avere lo spin "GIU'", o viceversa.

Stati di quest tipo si chiamano "entangled", che significa "intrecciato, aggrovigliato". Il motivo è che le proprietà dei due elettroni nello stato finale non sono indipendenti le une dalle altre, ma risentono del fatto che i due elettroni provengono da una particella comune, e quindi ne devono conservare certe proprietà, in questo caso lo spin. Il fenomeno di cui stiamo per parlare si chiama  "entanglement quantistico",

Sebbene lo spin dei due elettroni debba essere correlato, provenendo entrambi dalla stessa particella madre (sono entangled), la stessa meccanica quantistica ci dice che, prima della misura, il valore dello spin dei singoli elettroni è intrinsecamente non determinato, e sarà l'atto stesso della misura a "decidere" (attraverso un meccanismo che la meccanica quantistica non descrive) qual elettrone sarà "SU" e quale invece sarà "GIU'".

Allora supponiamo di fare la misura dello spin su uno dei due elettroni, mettiamo quello di destra. Un attimo prima della misura l'elettrone, secondo la meccanica quantistica, non aveva uno spin determinato, ma nel momento in cui andiamo a farne la misura l'elettrone - etvoilà! - sceglie, perfettamente a caso, uno dei due valori dello spin, o "SU", o "GIU'". Supponiamo scelga "SU". Aveva il 50% di probabilità, e ha scelto "SU" (il discorso vale analogo anche se avesse scelto "GIU'", ovviamente).

Bene: a questo punto però abbiamo la certezza che, a seguito del risultato "SU" sul nostro elettrone su cui abbiamo effettuato la misura, anche l'altro elettrone, su cui non abbiamo effettuato alcun tipo di misura, e anzi, che non ci siamo filati di striscio, assumerà istantaneamente lo stato di spin "GIU'". La misura dello spin su uno dei due elettroni ha avuto un effetto immediato e istantaneo anche sull'altro elettrone, sul quale non abbiamo agito in alcun modo.

Ma attenzione, questo avviene ovunque siano questi due elettroni, che quindi potrebbero essere ai capi estremi della galassia, o distanti miliardi di anni luce: l'atto della misura su uno dei due elettroni entangled, ha un effetto immediato e istantaneo anche sulla condizione dell'altro elettrone, ovunque esso sia nell'universo.

E questo - dice Einstein - è impossibile!

E' impossibile perché violerebbe uno dei principi sacrosanti non solo della fisica, ma più in generale del nostro modo di concepire e descrivere il mondo, anche senza sapere niente di fisica. Violerebbe la "località".

Località vuol dire che se compio un azione qui e adesso, affinché questa azione produca un effetto laggiù, qualcosa deve propagarsi fra qui e laggiù, e nel tempo che intercorre fra i due eventi. Qualcosa deve interconnettere localmente, punto per punto nello spazio e nel tempo, ciò che è avvenuto qui con ciò che si ripercuote laggiù. Non è possibile che quello che faccio qui e adesso svanisca e riappaia laggiù in un tempo successivo, senza che nulla sia avvenuto nel frattempo nello spazio che c'è fra qui e laggiù, e nel tempo che intercorre fra i due eventi.

Tutti i fenomeni che conosciamo, di qualunque tipo, rispettano questo principio, che si chiama appunto "principio di località". Questo fenomeno invece - dice EPR - lo violerebbe. E questo è impossibile.

E siccome, continua EPR, non ci credo neanche morto che possa essere violata la località, che è un cardine portante del nostro modo di descrivere tutto ciò che avviene, allora vuol dire - di nuovo - che la nostra conoscenza della meccanica quantistica è incompleta. Vuol dire che non conosciamo tutto, ci mancano dei pezzi, ci devono essere delle "variabili nascoste" che non conosciamo. Se conoscessimo questa parte che ci manca, continua EPR, come per il lancio della moneta scopriremmo che i due elettroni hanno già deciso in partenza come dovranno risultare a seguito della misura, e è solo la nostra ignoranza di come realmente funzionano i fenomeni quantistici che ci fa credere il contrario, e ci porta a concludere che venga violata la località. Se sapessimo tutto della meccanica quantistica, se conoscessimo queste variabili nascoste, scopriremmo che la località non viene affatto violata.

L'argomento EPR, quando fu proposto nel 1935, per certi versi cadde nel vuoto. I fisici in parte lo ignorarono, in parte non lo capirono, in parte lo snobbarono, sempre secondo il motto di "shut up and calculate". Se uno si va a leggere la risposta che Bohr, il guru della meccanica quantistica dell'epoca, diede a Einstein sull'argomento EPR (fonte), la reazione immediata che sorge spontanea è: "ma questo non aveva capito proprio!". La profondità e la sottigliezza del paradosso EPR deve aspettare quasi 30 anni per essere presa sul serio. Einstein nel frattempo muore.

Nel 1964 arriva John Steward Bell, un irlandese dell'Irlanda del Nord, che lavora nel gruppo teorico al Cern. John Bell prende un anno di congedo e nel frattempo mette a punto un "metodo" per mettere alla prova l'argomento EPR. Un metodo grazie al quale diventa possibile verificare sperimentalmente se i fenomeni quantistici sono realmente non locali, oppure, detto in poche parole, se gli elettroni sono d'accordo fin dall'inizio sull'esito delle misure, e quindi esistono variabili nascoste che rendono la meccanica quantistica così come la conosciamo una teoria incompleta, ed è solo per colpa di questa incompletezza che la località ci appare violata, mentre nella realtà essa viene preservata.

John Bell, formulando la "disuguaglianza" che prende il suo nome, ha l'immenso merito di trasformare quello che sembrava un problema puramente metafisico, come proposto da EPR, in un problema strettamente scientifico, proponendo un metodo per misurare, e quindi eventualmente falsificare le due ipotesi.

Nel 1964 non c'è ancora la tecnologia adatta per fare questo tipo di esperimento, e bisognerà aspettare una decina di anni. Oggi questi esperimenti sono stati effettuati una miriade di volte, in modi diversi e con tecniche sempre più raffinate. E il risultato è inequivocabile: i fenomeni quantistici violano la località. Gli esperimenti che utilizzano la disuguaglianza di Bell mostrano che nessun tipo di teoria a variabili nascoste che preservi la località è compatibile con i risultati sperimentali, risultati che al contrario sono perfettamente in accordo con le previsioni della meccanica quantistica in quanto teoria non locale.

John Bell muore improvvisamente il 1 ottobre del 1990, senza sapere che il comitato dei Nobel, che avrebbe reso noti i nomi dei vincitori di lì a pochi giorni, aveva già deciso di assegnargli il premio per la Fisica.

A questo punto abbiamo tutti gli ingredienti per capire dove nasce questo delirio sulla meccanica quantistica applicata nei campi più svariati, dal vino alla meditazione, dall'architettura alla medicina. E soprattutto abbiamo anche tutti gli ingredienti per capire dove questa gente sbaglia nel chiamare in causa la meccanica quantistica. Che siano in buona fede o in mala fede, la cosa cambia poco, perché in tutti i casi essi credono che la meccanica quantistica possa sdoganare scientificamente le loro frasi in libertà.

Vediamo dove sbagliano.

Innanzitutto l'utilizzo dell'entanglement per giustificare questa specie di olismo cosmico che caratterizza tante affermazioni, come ad esempio la dichiarazione del primario in psicologia riportata all'inizio, e addirittura l'intento di usarlo per curare le persone. Costoro basano le loro convinzioni partendo da fatto che l'entanglement mantiene una relazione fra due particelle, pur enormemente separate fra loro, tanto che una azione (una misura) compiuta su una delle due particelle si ripercuote immediatamente anche sulla condizione dell'altra, qualunque sia la distanza che le separa.

In una estrapolazione del tutto arbitraria, essi sostengono che l'entanglement indichi che tutto è in perennemente collegamento a tutto, e ogni azione che io compio si ripercuote ovunque nell'universo e allo stesso tempo tutto ciò che avviene nell'universo si ripercuote istantaneamente su di me e su tutti gli altri esseri dell'universo. Un volemosebene cosmico, insomma. Eh sì, perché l'olismo per i cazzari è sempre buono. L'olismo trasmette il bene, ma mai le cose orrende che pure continuamente avvengono nel mondo. Le molecole d'acqua si trasmettono olisticamente il ricordo di essere entrate in contatto con una molecola di principio attivo "buono", ma non si trasmettono mai il ricordo dei colibatteri.

L'errore in tutto questo sta innanzitutto nel non aver capito che il fenomeno dell'entanglement vale per coppie, o comunque per insiemi di particelle quantistiche opportunamente preparate. Non è che se prendo due elettroni a caso, questi sono entangled. Anzi, è vero il contrario! Ma oltre a questo, il  fenomeno avviene comunque solo su particelle o sistemi quantistici, e non su esseri umani di 90 chili! Ma su questo ci ritorneremo.

Non solo, ma questa gente ignora (non è colpa loro, non si può sapere tutto, ma bisognerebbe avere anche il buon senso e l'umiltà di chiedere a qualche esperto, se di mestiere fai lo psicologo e vuoi parlare di meccanica quantistica) che se si effettua una misura su una particella che è entangled con un'altra, le due particelle a quel punto smettono di essere entangled! La misura distrugge l'entanglement! A quel punto io posso prendere una delle due particelle, sbatterla contro il muro, schiacciarla sotto il tacco, modificarne il suo spin o il suo impulso, e l'altra particella non ne risentirebbe affatto! E' soltanto PRIMA della misura che sono entangled. La misura stessa fa cessare il loro essere entangled. 

Quindi non è affatto vero che tutto è in comunicazione perenne con tutto. In particolare la storia che si recita sull'equazione di Dirac (che comunque non c'entra nulla con l'entanglement, come descritto qui), secondo cui due esseri che sono stati uniti da qualcosa in passato (innamorati - ovviamente - la possibilità che uno facesse stalking all'altro non è nemmeno contemplata dagli olistici!) lo restano per sempre, è una sonora puttanata. La scemenza dell'equazione dell'amore! Non solo per la cosa in sé, ma anche perché la si vuole giustificare con l'entanglement quantistico, che dice invece proprio il contrario: lo stato di entanglement cessa di valere nel momento in cui compio qualunque azione su uno dei due elementi.

Ma andiamo avanti nell'elenco degli errori.

Una cosa che dicono spesso i cazzari (lo so, è brutto chiamarli così, ma per un fisico è difficile trovare un sinonimo adeguato, di fronte a certe scemenze) è che, siccome la misura su un sistema quantistico determina la condizione del sistema quantistico (ed è vero), e che, essendoci dietro la misura un misuratore, e quindi una mente pensante a interpretare i risultati, allora è la mente umana a determinare la realtà delle cose (vedi le dichiarazioni dello psicologo). Scemenza colossale. 

Infatti la misura in meccanica quantistica non implica affatto la presenza di un misuratore pensante. La misura è semplicemente l'interazione del sistema quantistico in questione con qualcos'altro, di dimensioni macroscopiche, ma non necessariamente. Anche l'interazione con un fotone può rappresentare una misura, addirittura senza che ci sia un'effettiva rivelazione dell'interazione stessa. Quindi la mente umana non c'entra proprio nulla, e è solo una sciocchezza messa in giro da chi vorrebbe dare all'uomo un ruolo di primo piano nell'universo, cosa che a certi piacerebbe moltissimo.

E' falsa anche perché l'universo è andato avanti da solo per quasi 14 miliardi di anni senza che nessuna "Mente" misurasse alcunché. Non è che l'universo ha aspettato l'homo sapiens, o peggio ancora i fisici quantistici, per darsi una configurazione decente. Noi sappiamo che già 13 miliardi di anni fa esistevano gli atomi, che si erano assemblati già da un pezzo, e sappiamo che quegli stessi atomi si erano uniti assieme a formare stelle e galassie, senza che nessun new ager fosse ancora in giro a scrivere libri sulla mente quantica e sul suo potere di decidere l'andamento delle cose.

Inoltre, e questo è l'aspetto cruciale, tutti questi fenomeni che rendono strano, affascinante e contro intuitivo il mondo dei quanti, cioè il mondo dell'estremamente piccolo, smettono di esistere nel mondo macroscopico! Il tavolo su cui sono appoggiato, se lo lascio qui e vado via, non è che se non lo guardo lui può andarsene ovunque nell'universo. Se nessuno lo sposta e torno fra 10 anni, trovo che ha lasciato il segno di polvere sul pavimento, che significa che lui non si è mai mosso!

Sebbene tutto sia fatto di atomi, che singolarmente obbediscono alle leggi della meccanica quantistica, tuttavia non devo rivolgermi alla meccanica quantistica per descrivere il comportamento di tavoli, sedie, montagne e esseri umani. Se così non fosse, se il mondo macroscopico obbedisse alle leggi della meccanica quantistica come i singoli atomi, se fosse vero che per esso vale il principio di sovrapposizione, e che soltanto a seguito di una misura un oggetto può assumere una posizione, una velocità o altre proprietà ben definite, col cavolo che Le Verrier avrebbe scoperto il pianeta Nettuno!

E quindi le regole del mondo quantistico semplicemente non si applicano al mondo macroscopico, cosa che peraltro è sotto gli occhi di tutti. Perché questo accada, e dove sia il "confine" fra quantistico e non quantistico, questo è tutto un altro paio di maniche, e è un problema su cui la scienza dibatte moltissimo. Ma che per un tavolino, un albero un moscerino o un essere umano non valga il principio di sovrapposizione o l'etanglement è semplicemente un dato di fatto.

E infine, è vero, come certi dicono, che l'entanglement quantistico permetterebbe di trasmettere segnali a velocità superiori a quelle della luce, violando quindi la teoria della Relatività? Sembrerebbe di sì, da quello che abbiamo detto. E non solo la velocità usata per la trasmissione sarebbe maggiore di quella della luce, ma sarebbe addirittura una trasmissione istantanea!

Invece no. L'entanglement non solo non permette di trasmettere informazioni a velocità superluminali, ma proprio non permette di trasmettere alcun tipo di informazioni, punto! Per capirlo, supponiamo che la misura dello spin SU o GIU' degli elettroni dell'esperimento sull'entanglement equivalga a ottenere un bit su o giù, 1 o zero. Noi facciamo la misura dello spin su un elettrone, e otteniamo zero o 1. Di conseguenza, se qualcuno decidesse di misurare lo spin dell'altro elettrone, otterrebbe 1 quando noi otteniamo zero, e zero quando noi otteniamo 1. Ma il punto è che noi non possiamo decidere quale sarà l'esito della nostra misura. Possiamo solo constatarlo dopo che abbiamo effettuato la misura! Questo dice la meccanica quantistica. Quindi, se misurassimo lo spin degli elettroni che ci arrivano, prodotti in modo entangled, otterremmo una serie del tutto casuale di 0 e 1, ovvero nessun tipo di informazione.

Allo stesso tempo, colui che decidesse di effettuare le misure sugli elettroni entangled ai nostri, che vanno dalla parte opposta, otterrebbe anche lui una serie del tutto casuale di 1 e zero. Non solo, ma non avrebbe nemmeno la possibilità di sapere che noi abbiamo effettuato misure sui nostri elettroni! A lui semplicemente arrivano elettroni, misura il loro spin, e ottiene risultati che corrispondono a una sequenza casuale di zero e 1. Lui non può dire altro in proposito. Non può sapere che quella serie di bit che ha trovato è il risultato del fatto che noi abbiamo effettuato, prima di lui, la misura sugli elettroni che andavano in direzione opposta, perché quella serie di bit da lui trovata è del tutto casuale, come sarebbe anche se noi non avessimo effettuato alcuna misura. Quindi, quello che sembra una trasmissione di informazioni istantanea, un modo di comunicare superluminale, di fatto non è in grado di trasmettere alcuna informazione. E' solo lo stato entangled che si manifesta per quello che è.

Concludo suggerendo un libro interessante che mi sento di consigliare, utile e molto comprensibile sulla meccanica quantistica e sull'uso improprio che se ne fa: "Il mondo quantistico. Errate interpretazioni, teorie improbabili e bufale quantiche", di Enrico Gazzola.


PS: alcuni new agers con l'infatuazione per i quanti citeranno a questo punto il libro "Il Tao della fisica" di Fritjof Capra, a supporto delle loro convinzioni. Capra era un fisico esperto di meccanica quantistica che, assieme ad altri suoi colleghi, negli anni 70, forse complice qualche sostanza di troppo, ha creduto di vedere nella meccanica quantistica analogie con la meditazione tibetana e le filosofie orientali, e altre discipline simili. Il mondo è bello perché e vario. Ecco quello che scrive capra nelle prime pagine del suo libro:
«Cinque anni fa ebbi una magnifica esperienza che mi avviò sulla strada che doveva condurmi a scrivere questo libro. In un pomeriggio di fine estate, seduto in riva all'oceano, osservavo il moto delle onde e sentivo il ritmo del mio respiro, quando all'improvviso ebbi la consapevolezza che tutto intorno a me prendeva parte a una gigantesca danza cosmica. […] Sedendo su quella spiaggia, le mie esperienze precedenti presero vita; «vidi» scendere dallo spazio esterno cascate di energia, nelle quali si creavano e si distruggevano particelle con ritmi pulsanti; «vidi» gli atomi degli elementi e quelli del mio corpo partecipare a quella danza cosmica di energia; percepii il suo ritmo e ne «sentii» la musica: e in quel momento seppi che questa era la danza di Siva, il Dio dei Danzatori adorato dagli Indù.»
(Il Tao della fisica, Adelphi, 1993, pp. 11-12)
A parte che queste sensazioni, senza invocare il Dio dei Danzatori, si possono provare anche dopo essersi scofanati una teglia di parmigiana di melanzane con sottofondo di Gran Premio automobilistico, queste analogie con le religioni orientali non hanno mai portato a niente di scientifico. Quasi tutti questi fisici hanno lasciato la fisica a livello professionale, e la loro deriva ascetica ha preso vie divergenti con la fisica stessa. Per quello che mi riguarda, il Tao della Fisica è un ottimo libro se uno ha un tavolino che non spiana. Ricordo di averlo abbandonato a metà, perché mentre lo leggevo mi chiedevo continuamente: "ma cosa cazxz sto leggendo!?!?" La frase citata sopra è solo un esempio dei tanti. Per fortuna nella scienza la validità di una teoria scientifica non si misura dal numero di copie che l'autore ha venduto.

Nota 1: non uso il termine stato, ma "condizione", perché nel gergo della meccanica quantistica lo "stato" di un sistema è in realtà perfettamente determinato, tramite la funzione d'onda. Lo stato del sistema, cioè la funzione d'onda, evolve nel tempo in modo perfettamente deterministico secondo quanto previsto dall'equazione di Schrödinger, descrivendo come variano nel tempo le probabilità di trovare il sistema stesso a seguito della misura. L'atto della misura, però, causa il cosiddetto "collasso della funzione d'onda", e cioè il fatto che, fra tutte le possibili configurazioni finali, una sola ne viene scelta, in base alle probabilità che esse hanno di avverarsi. Questo processo di "scelta", avviene in modo casuale, e la meccanica quantistica non ci descrive come avvenga realmente.

Nota 2: il paradosso EPR nella formulazione originale è diverso, ma concettualmente identico a quello descritto qui. In questo caso ho anche cercato di semplificare la descrizione dell'esperimento ideale, eliminando tutti quegli aspetti che non hanno direttamente a che fare con la questione. Questo potrebbe togliere un po' di rigore, ma certamente aiuta per la comprensione.

venerdì 25 ottobre 2019

Ma l'aereo decolla?

Come ingigantire a dismisura un problema di una banalità disarmante


C'è un post che ogni tanto appare in rete sui gruppi Facebook a tema scientifico, e che immancabilmente scatena flames interminabili, con diatribe che a volte sfociano perfino in insinuazioni sulla moralità delle madri dei commentatori. Il problema è questo:

Un aeroplano ipotetico è sulla pista e si prepara al decollo ma sulla pista c'è un rullo collegato ad un nastro programmato per girare in senso opposto alla direzione dell'aereo ed esattamente alla stessa velocità delle ruote dell'aereo.
L'aereo riesce a decollare?



Ciò che segue vuole chiarire la questione, che è di una banalità disarmante, anche se so già che molti partiranno a testa bassa, e poi mi attaccheranno se quanto da me scritto non coinciderà con le loro conclusioni. Quindi, prima di reagire come il Cane di Pavlov dicendo che sto sbagliando, sgomberate il cervello dai pregiudizi e dalle risposte che avete già in mente, e leggete.

Chiariamo innanzitutto alcuni aspetti fondamentali, senza i quali non ha nemmeno senso andare avanti.

Il problema è puramente teorico. E' del tutto ovvio che nella realtà l'aereo decollerebbe. Moltissimi dimenticano questo aspetto essenziale. A questo proposito trovo veramente ridicolo/patetico l'entusiasmo e il dammicinque di quelli di Mythbusters (video) che hanno addirittura realizzato l'esperimento, e il cui aereo è ovviamente decollato. Il perché sono ridicolo/patetici è scritto in fondo.

Non è un problema di ingegneria né di aeronautica. Quindi quelli che mettono di mezzo la forma delle ali, le dimensioni delle ruote, il coefficiente di attrito, l'aerodinamicità, il materiale del nastro, la densità dell'aria, etc, sono completamente fuori strada.

Perché sono fuori strada? Perché non hanno letto il testo del problema! Il testo del problema dice pochissimo, e non cita nessuno di questi aspetti tecnici. E quando a scuola vi davano un problema che diceva "un corpo scivola lungo un piano inclinato etc etc", e non vi diceva altro, non è che andavate dal prof a chiedere "scusi, ma di che materiale è il corpo? E l'aria quanto è densa? E l'umidità? E le asperità del piano?" Il problema non vi diceva niente su quegli aspetti, e quindo voi, giustamente, li ignoravate. Qui è uguale.

Quindi rileggiamolo, questo testo, evidenziando le parole chiave.

Un aeroplano ipotetico è sulla pista e si prepara al decollo ma sulla pista c'è un rullo collegato ad un nastro programmato per girare in senso opposto alla direzione dell'aereo ed esattamente alla stessa velocità delle ruote dell'aereo.
L'aereo riesce a decollare?

Adesso analizziamolo, tenendo presente che quelle parole sottolineate significano qualcosa.

Il fatto che l'aeroplano sia "ipotetico" ci ricorda che il problema è ideale. E quindi non dobbiamo stare a chiederci se l'aereo sia a reazione, a elica, bimotore, biplano, con i motori sulle ali, sulla coda, se sia un nuovo modello etc. Se non specifica altro, qualunque ulteriore dettaglio o caratteristica dell'aereo sono da considerarsi irrilevanti. E' un aeroplano, punto.

Sotto di lui c'è un nastro, che è "programmato per girare in senso opposto alla direzione dell'aereo, e esattamente alla stessa velocità delle ruote dell'aereo. Il testo è chiarissimo: le ruote girano in avanti tanto da far spostare l'aereo di un metro? Perfetto, il nastro è programmato in modo da annullare - istante per istante - quello spostamento, qualunque esso sia. Veloce o piano che girino le ruote, che accelerino o decelerino, il nastro è programmato per fare questo e compensare, istante per istante, lo spostamento del baricentro delle ruote. In altri termini il baricentro delle ruote resta sempre fermo rispetto al terreno, e quindi l'aereo stesso resta fermo rispetto al terreno. Come riesca a fare questo, quale misteriosa tecnologia utilizzi, non ce ne frega niente, perché il problema non ne parla E' "programmato", quindi fa così. Punto! Quindi, come sanno tutti quelli che hanno risolto almeno un esercizio di fisica nella vita, se il testo non ne parla vuol dire che non dobbiamo porci il problema di come questo possa accadere. Accade e basta.

Quindi quelli che dicono che a un certo punto il nastro non riesce più a tener dietro alla rotazione delle ruote, non hanno capito niente, perché il testo dice esattamente il contrario: il nastro è programmato per fare questo. Come ci riesca non ci riguarda, e non riguarda nemmeno il problema. Semplicemente lo fa!

Il problema non dice altro.

E allora, sgomberiamo la testa dai nostri pregiudizi, dimentichiamo di essere ingegneri aerospaziali o piloti di aereo, e ragioniamo, in base a questi pochissimi dati, e solo in base a questi dati.

Abbiamo due possibilità: o c'è attrito fra nastro e ruote, o non c'è attrito.

Se non c'è attrito fra ruote e nastro, il problema non si pone nemmeno: l'aereo decolla e se ne fotte del nastro che si muove all'indietro. Potrei metterci pure i cavalli di Frisia, se non c'è attrito l'aereo si muove in avanti, accelera, e se ne va. Assumiamo quindi che non sia questo il caso. Se invece l'ideatore del problema intendesse che, nonostante tutta questa messinscena del nastro "programmato", si potesse perdere di aderenza... a che scopo inventarsi un problema così ideale per poi assumere il caso reale?

Anche se ad un certo punto, con le ruote che girano sempre più veloci, l'attrito volvente dovesse venire meno, l'aereo perderebbe aderenza col nastro e decollerebbe. E' il caso reale, questo! Quello che ha fatto esultare quelli di Mythbusters. Ma questo è del tutto ovvio, e anche in questo caso non c'era bisogno di imbastire tutta questa messa in scena. E' chiaro che se a un certo punto le ruote dovessero perdere aderenza col nastro, i motori continuerebbero comunque a dare la spinta, e l'aereo accelererebbe, slittando e saltellando sul nastro che, pur muovendosi in senso opposto, non ha più il contatto continuo sulle ruote. E' come decollare su un lago ghiacciato, a quel punto. Le ruote slittano, ma i motori spingono lo stesso, e l'aereo decolla. 

Ma il testo dice che, qualunque sia la velocità delle ruote, il nastro si muove di conseguenza in direzione opposta. Quindi mi pare ovvio che si assuma che ci sia sempre attrito volvente. Altrimenti di cosa staremmo parlando? E' ovvio che, se a un certo punto venisse a mancare attrito col nastro, l'aereo certamente decollerebbe!

Come questo possa avvenire, come sia possibile che si abbia attrito volvente quando le ruote fanno mezzo giro al secondo ma anche quando fanno 10 giri al secondo, o un milione di giri al secondo, è un aspetto che non ci deve interessare, perché il problema dice esplicitamente che il nastro è programmato per fare questo.

A questo punto chiediamoci: cosa deve fare l'aereo per decollare? 

Per decollare, l'aereo deve raggiungere una velocità sufficiente per avere portanza. In altri termini deve accelerare tanto da muoversi abbastanza velocemente rispetto all'aria, che è ferma rispetto al suolo. Quindi il problema si riduce a questa semplice domanda: l'aereo può muoversi rispetto al suolo?

Infatti se l'aereo può muoversi, allora certamente potrà anche accelerare e raggiungere prima o poi la velocità sufficiente per avere portanza e decollare (la lunghezza della pista - ebbene si, ho letto anche commenti di questo tipo - non c'entra una mazza, perché, lo ripeto allo sfinimento, non è un problema reale, mi pare ovvia la cosa!)

Se invece l'aereo non può muoversi, non c'è verso, l'aereo non decollerà mai, per quanto i motori vadano a manetta, e per quanto possano girare velocemente le ruote, e per quanto si muova veloce di conseguenza il nastro. Alcuni affermano che si raggiungerebbe il regime relativistico, perché il nastro prima o poi raggiungerebbe la velocità della luce, e la lunghezza del nastro si contrarrebbe a zero, o magari pure le ruote, e la massa del nastro diventerebbe infinita, etc etc. Su questa manifestazione di nerditudine acuta stenderei onestamente un pietoso silenzio.

Ora, il testo dice chiaramente che, qualunque sia la velocità delle ruote, il nastro si muoverà di velocità uguale e opposta. Quindi spiegatemi: come può l'aereo muoversi, se per costruzione stessa del problema non può farlo?  e' il testo stesso a dirlo chiaramente: qualunque sia la velocità delle ruote, il nastro compenserà sempre, istante per istante, questa velocità. Più banale che più banale non si può!

L'obiezione tipica è: "ma l'aereo riceve la spinta dai reattori, e non dalle ruote!"

Ma cosa c'entra!?!?

Certo, l'aereo riceve la spinta dai reattori, che funzionano tramite il terzo principio della dinamica: buttano "materiale" indietro con grande velocità, e quindi, per conservare la quantità di moto, l'aereo si muove in  avanti (i reattori non funzionano spingendo l'aria, come certi scrivono: se così fosse volare a 11000 metri sarebbe svantaggioso, perché lì l'aria scarseggia).

Tuttavia, la spinta dei motori, prima che l'aereo decolli e per tutto il tempo in cui l'aereo dovrebbe rullare sulla pista, si scarica comunque sulle ruote, facendole girare, proprio perché c'è attrito con il suolo. E se sotto le ruote c'è un nastro che, mantenendo costantemente l'aderenza, è programmato per spostare l'aereo indietro di un tratto che - istante per istante - è pari a ciò che le ruote percorrerebbero in avanti, c'è poco da fare, l'aereo resta fermo! Possiamo mandare i reattori a manetta, quelli spingerebbero l'aereo in avanti, ma siccome le ruote sono in aderenza con il nastro, che sposta l'aereo indietro, hai voglia a far andare i motori, l'aereo resta fermo! Che la spinta venga dai reattori o dal Padreterno, non cambierebbe nulla! Immaginate di avere, invece che le ruote, una cremagliera. I motori spingono in avanti, la cremagliera tira indietro. E' la stessa cosa: l'aereo resta fermo. Ripeto: è un problema assolutamente ideale, ma il testo non lascia scampo, non può essere altro che così!

Non siete convinti? Faccio un ultimo tentativo. Immaginatevi su una barca a vela, su un fiume. Il vento vi spinge alle spalle, ma la corrente del fiume va in direzione opposta e vi spinge con una velocità che è programmata per essere esattamente uguale e opposta, istante per istante, a quella che vi darebbe il vento. Aumenta il vento? Non c'è problema, la corrente aumenta di pari passo. E' programmata per farlo! Domanda: andate avanti o state fermi? Vi pare il caso di scatenare flames da migliaia di commenti, spesso insultandosi a vicenda, per una banalità simile?

Insomma, il problema, a guardarlo bene, senza pregiudizi, è di una ovvietà disarmante, se si prende per assunto quello che dice il testo, e niente altro, a parte che ci sia sempre attrito fra ruote e nastro, perché altrimenti la presenza stessa del nastro sarebbe del tutto ininfluente. Ripeto: secondo me nemmeno chi lo ha proposto in origine ha compreso che stava proponendo un problema ovvio e quindi stupido. Sarebbe stato stupido comunque: sia se fosse da considerarsi nel caso reale, perché l'aereo certamente decollerebbe, e è stupido nel modo in cui è stato proposto, perché l'aereo non può fare nulla di diverso dal restare fermo, semplicemente perché lo dice il testo stesso del problema!

La cosa interessante è invece la sociologia dei commenti. Ma quello è un universo a sé.

PS: perché l'entusiasmo dei Mythbusters è ridicolo/patetico? Lo è perché il loro test è un test del caso reale, in cui non esiste alcun controllo né sulla velocità del nastro, che non è affatto, istante per istante, uguale e opposta a quella dell'aereo, né sulla costante e obbligatoria aderenza fra ruote e nastro (l'aereo ha ovviamente un'infinità di sobbalzi e slittamenti). Nel caso reale è del tutto ovvio che l'aereo accelererebbe e quindi decollerebbe, neanche a perderci tempo a discutere!

PS2: esiste una risposta che da molti viene etichettata come "definitiva": questa. Questa risposta, ancora una volta, trasforma il problema in un problema reale. Ma colui che fornisce la risposta lo dice, è infatti afferma che sta dando una risposta interpretando il testo in modo diverso rispetto alla sua formulazione. Interpretandolo nella sua formulazione, infatti, la stessa persona, nella prima parte del video, visibile qui, afferma che l'aereo non decollerebbe, restando fermo rispetto all'aria. E non potrebbe essere altrimenti, dato il problema.

PS3: potrete scrivere tutti i commenti che volete. Darmi ragione, torto, insultarmi, darmi dell'ignorante, del presuntuoso o del cretino. Succede sempre quando si tira fuori questo problema. Fate pure, risponderò a nessuno, né replicherò in alcun modo. Un problema del genere non lo merita. Enjoy!

PS4: Sto preparado un video con l'esperimento realizzato. Una ruota su un piano inclinato, e un tappeto sotto di essa. Invece che la spinta del reattore, c'è la forza di gravità, che è anch'essa una forza esterna costante. Le ruota è in folle, anche in questo caso esattamente come nel problema del'aereo. Tutto esattamente come il problema. La ruota può rotolare ma non strisciare, condizione ovviamente necessaria affinché il problema stesso abbia un senso.

Secondo quello che molti di voi hanno affermato, tirando indietro il tappeto, questo non sarebbe in grado di arrestare in alcun moto la caduta della ruota, e invece si osserva che, facendo scivolare il tappeto indietro, mentre la ruota gira costantemente, essa resta ferma rispetto a un riferimento esterno.

Non solo, ma mettendo opportuni riferimenti sul tappeto e sulla ruota, si vede che il tratto di tappeto tirato indietro corrisponde esattamente a quanto la ruota ha girato in direzione opposta, rispettando quindi le ipotesi del problema.

Quando il video sarà pronto lo pubblicherò. Tanto so che non sarà sufficiente neanche quello a convincervi!




martedì 6 agosto 2019

È l'uomo il fine dell'universo?

Il principio antropico al netto delle scemenze 


Il principio antropico è un argomento che scatena dibattiti e derive ascientifiche quasi peggio della Teoria dell'Evoluzione di Darwin. E come per la Teoria dell'Evoluzione, meno lo si conosce, e più si prende posizione sparando cose a caso. Eh sì, perché il Principio Antropico, come l'evoluzione Darwiniana, si presta a sconclusionate interpretazioni in chiave religiosa e antropocentrica, e si sa che, in questa materia, gli "uomini di cultura" a volte riescono a dare il meglio.

Questa vuole quindi essere una guida sintetica e - spero - efficace, al problema del principio antropico dal punto di vista strettamente scientifico, spogliato di tutti gli inutili orpelli che si leggono in giro, tipo le definizioni di Principio Antropico debole, forte, medio, così-così, di Tizio, di Quell'altro, e tanti altri inutili distinguo. Un esempio fra tutti di come il principio antropico porti a incredibili perversioni è il "principio antropico ultimo", proposto da Barrow e Tipler (fonte, fonte), due fisici travolti con l'avanzare dell'età da derive mistico-religiose, che afferma sostanzialmente che deve necessariamente svilupparsi una vita intelligente nell'universo. Come se gli atomi provassero una speciale gratificazione a essere parte del corpo di un filosofo piuttosto che trovarsi dentro un sasso su Plutone. Non solo, Barrow e Tipler affermano anche che, una volta apparsa, la vita non si estinguerà mai, perché altrimenti produrre vita intelligente non avrebbe senso se questa si estinguesse. Quantomeno - viene da dire - nell'affermare questo non hanno tenuto conto del livello e del numero di idiozie che può fare questa vita intelligente sul proprio pianeta.

Quindi lasciamo da parte questa pletora di definizioni, che spesso lasciano il tempo che trovano, e cerchiamo di capire da cosa nasce il problema, aspetto che ci permetterà di dare una definizione operativa del Principio Antropico, e di comprendere il succo del discorso senza fronzoli o inutili derive mistico-filosofiche, che di scientifico non hanno nulla.

Il tutto nasce da una constatazione banale e ovvia: le caratteristiche delle leggi della natura e i valori delle sue costanti fondamentali (velocità della luce, costante di Planck, massa e carica delle particelle, etc) sono tali da permettere la vita come la conosciamo.

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Grazie tante, siamo qui! Se non fosse così, non saremmo qui. Se siamo qui a porci queste domande, per forza di cose le leggi della natura devono essere tali da permettere la vita. In poche parole, espresso in questi termini, il problema esiste solo se c'è qualcuno che può porselo. Se le costanti della natura fossero state tali da impedire la formazione delle stelle o degli elementi, nessuno si sarebbe mai chiesto come mai. Fin qui, insomma, non c'è niente di strano.

Bisogna fare subito una precisazione importante. Sebbene alcuni parlino esplicitamente di "vita" quando si riferiscono al principio antropico, in realtà è sufficiente parlare di formazione di strutture complesse, ovvero gli elementi chimici. Poi non necessariamente questi possono dar origine a esseri viventi. Quindi, quando parlerò di "vita", intendo in realtà: galassie, stelle, pianeti. Alcuni ritengono che, una volta garantita la complessità, la vita sia inevitabile, ma di questo al momento non ne abbiamo alcuna prova. Forse è vero, ma non conoscendo per ora alcuna forma di vita diversa da quella presente sulla terra, neanche sotto forma di microorganismi, al momento non mi sbilancerei troppo.

Comunque, tornando al principio antropico, la cosa si fa più intrigante se si va a vedere di quanto potrebbero variare i valori delle costanti fondamentali, pur continuando a dar luogo a condizioni che permettano ancora la vita, intesa anche solo come formazione di materia complessa. Se si fa questo esercizio si scopre che la nostra esistenza è strettamente dipendente dai valori che assumono le costanti fondamentali della natura, tipo la carica elettrica, la massa dell'elettrone, la costante di struttura fine, la costante alfa delle interazioni forti, etc, ovvero quei parametri il cui valore, da quello che finora ne sappiamo, non deriva da processi fisici noti, ma di cui semplicemente prendiamo atto. Basterebbe che i loro valori fossero diversi anche solo di poco, e non sarebbe più permessa la formazione degli atomi, oppure dei nuclei, e quindi addio molecole, addio forme complesse di materia, e addio stelle, pianeti, montagne, alberi, nuvole, galline, leopardi, e esseri umani. 

In pratica è come se la macchina della natura avesse tante manopole, tanti potenziometri da posizionare lungo precise scale graduate, e per come sono effettivamente posizionate, esse permettono il realizzarsi dell'universo che conosciamo, in cui è possibile la formazione di strutture complesse, e quindi anche la vita. Basterebbe però spostare di poco la manopola della carica dell'elettrone, o quella della costante delle interazioni forti, e  tutto andrebbe a scatafascio, e non esisterebbero le galassie, le stelle, e a maggior ragione gli esseri pensanti. E non esisterebbe nemmeno questo blog! E stando alle nostre conoscenze scientifiche attuali, il posizionamento di queste manopole non scaturisce come conseguenza di altri processi fisici, ma semplicemente è quello che è. E di fronte a questa constatazione, certi sedicenti "uomini di cultura" si scatenano e partono per la tangente, tirando in ballo l'intervento del Padreterno. Alcuni arrivano infatti a postulare un "Principio biofilico", ovvero che l'universo sia fine-tuned, ottimizzato per produrre la vita. Cioè che esista una qualche linea guida, nelle leggi della natura, che obbliga i parametri fondamentali della natura ad avere i valori ottimali per la vita.

A questo punto è necessario uno stop. Sebbene quanto appena detto venga ripetuto un'infinità di volte, questa affermazione si basa ipotizzando variazioni dei singoli parametri attorno ai valori che sappiamo effettivamente avere. Della serie: se cambio di poco il parametro X, allora gli atomi non esisterebbero; se cambio il valore di Y, non esisterebbero i nuclei pesanti, etc. Ma in realtà questo discorso non considera affatto il caso in cui avvengano variazioni simultanee di tutti i parametri! E i parametri su cui poter giocare sono almeno una ventina, ad essere buoni. In altri termini potremmo sovvertire i valori di tutti o molti dei parametri fondamentali, cambiandone drasticamente il valore, e ritrovarci comunque con un universo in cui la complessità è ancora possibile.

Ad esempio esistono lavori teorici che considerano un universo senza le interazioni deboli, e cioè drasticamente differente da quello che conosciamo, in cui la formazione di strutture complesse sarebbe comunque possibile. Un altro lavoro teorico ipotizza che forme primitive di vita avrebbero potuto avere origine già nelle prime fasi di vita di un universo con parametri drasticamente diversi da quelli che conosciamo. Questo errore tipico che molti commettono quando parlano del principio antropico è descritto in modo divulgativo e chiaro in questo articolo del blog Backreaction, curato dalla fisica teorica Sabine Hossenfelder.

Alcuni, estremizzando il principio antropico, ritengono che il nostro universo sia addirittura "ottimizzato" (fine-tuned) per ottenere la vita, ovvero che esistano meccanismi intrinseci nelle leggi della natura per ottenere l'universo migliore possibile per garantire le condizioni per la vita. Se questo fosse vero, sarebbe strano avere condizioni "abbastanza buone" per garantire la formazione di strutture complesse. Tanto varrebbe avere le condizioni ideali. Una visione teista della questione, certamente giungerebbe a questa conclusione (e infatti lo fa). Ma adesso vediamo se questo è vero.

Un ingrediente determinante per massimizzare la formazione si strutture complesse quali le galassie, che sono il punto di partenza per arrivare alla vita come la conosciamo, è quello di garantire che il numero di protoni e neutroni, detti "barioni" in gergo tecnico, ovvero gli ingredienti base per formare nuclei atomici, sia massimizzato dalla natura. Massimizzare il numero di barioni significa dare alla complessità il massimo delle opportunità per formarsi.

In questo articolo si cerca di capire se è possibile falsificare l'ipotesi che il numero di barioni dell'universo sia massimizzato dalle leggi della natura. Siccome sappiamo che l'espansione dell'universo è accelerata dal fatto che la costante cosmologica è diversa da zero e positiva (quello che chiamiamo "energia oscura"), questo già di per sé indicherebbe condizioni non ottimali per il "miglior utilizzo" dei barioni al fine di costruire la vita (sempre intesa come semplice complessità). Infatti un universo che si espande troppo velocemente offre meno possibilità alla materia di aggregarsi. L'autore del lavoro sottolinea che ci sono molte incertezze sulle conclusioni, ma la cosa interessante, che lo stesso autore enfatizza, è che l'affermazione "l'universo è ottimizzato per la vita" è in linea di principio falsificabile. Al momento i dati indicherebbero che - insomma - se si voleva ottimizzare si poteva fare di meglio.

Comunque, indipendentemente da questi risultati incerti, è lecito porsi la domanda: esiste un meccanismo (a noi al momento sconosciuto) che OBBLIGA le costanti fondamentali della natura ad avere il valore che hanno? Indipendentemente dal fatto che sia il migliore possibile per garantire la formazione di strutture complesse, o sia soltanto sufficientemente buono per lo scopo? Un meccanismo che impone alla carica dell'elettrone, alla costante di Planck, alla massa del protone e a quella del neutrone - tanto per fare qualche esempio - ad avere quei determinati valori e non altri? Esiste un processo "dinamico" nelle leggi della natura, da cui scaturiscono i valori delle costanti della natura, o i loro valori sono casuali?

In pratica ci chiediamo se l'universo è così per caso (e se fosse diverso probabilmente non ci sarebbe nessuno a chiederselo), oppure è così perché è insito nelle leggi della natura che le costanti fondamentali debbano avere quei valori e non altri.

A questa domanda al momento non sappiamo rispondere. Non sappiamo, al momento, se esiste un meccanismo fisico da cui scaturiscono i valori della costante di gravitazione universale, della carica dell'elettrone, etc.

Certo, se però esistesse un meccanismo che obbligasse le costanti fondamentali ad assumere i valori che hanno e non altri, valori che permettono la formazione della vita, sarebbe interessante. A quel punto non sarebbero più le costanti della natura ad essere sotto i riflettori, ma le stesse leggi della natura. Ammesso che ci sia una differenza fra le due cose.

Ma c'è chi ha pensato a una scappatoia: il multiverso.  Il multiverso è genericamente la teoria che afferma che l'universo in cui viviamo sia uno dei teoricamente infiniti universi esistenti, ognuno dei quali con caratteristiche diverse. In alcuni di questi universi le caratteristiche saranno tali da permettere le condizioni adatte allo svilupparsi di strutture complesse, e quindi la vita. In questi universi particolari, ci saranno quindi anche esseri pensanti a chiedersi come questo è stato possibile. In tutti gli altri, che presumibilmente sono la stragrande maggioranza, non ci sarà nemmeno nessuno a lambiccarsi il cervello. Alcune teorie, tra cui le superstringhe, prevedono la possibilità del multiverso. Occorre comunque dire che questa ipotesi è tutt'altro che condivisa nella comunità scientifica, in quanto, per lo meno al momento, non falsificabile. In pratica non è possibile, per lo meno per ora, ipotizzare esperimenti capaci di smentire questa ipotesi.

Esiste però una teoria interessante, relativa a un modello che descrive le primissime fasi dell'universo primordiale, che si chiama Modello Inflazionario dell'universo (un po' di referenze: divulgativa,  divulgativa,  semi divulgativa, e l'altra più tecnica). Questo modello, introdotto negli anni 80 per giustificare alcune caratteristiche del modello del Big Bang standard altrimenti inspiegabili, prevede che, nei primissimi istanti di vita, l'universo abbia attraversato una breve fase di grande espansione (inflation, in inglese) che ha enormemente dilatato le sue dimensioni, producendo un numero virtualmente infinito di universi completamente scorrelati fra loro da rapporti di causa-effetto.

E' come se uno immaginasse l'universo primordiale come la superficie di un palloncino. Ogni punto del palloncino ha condizioni diverse, costanti di accoppiamento diverse, condizioni diverse da tutti gli altri punti, come è lecito aspettarsi da un universo appena nato. Insomma una bolgia totale. Ad un certo punto si instaura un meccanismo che improvvisamente dilata in modo esagerato ogni punto della superficie. E quindi, quelli che in origine erano singoli punti, diventano in un attimo porzioni di superficie enormi. Nell'universo primordiale, quindi, ogni singola minuscola porzione di spazio dell'universo appena nato sarebbe stata dilatata da questa fase di inflazione. Il nostro universo, quello in cui viviamo e facciamo misure, è una di quelle porzioni, che però in origine era un semplice microscopico volumetto di universo.

Ognuno di questi volumetti aveva le sue specifiche condizioni, nessuno di essi era ancora entrato in comunicazione con gli altri, dato che nemmeno segnali con la velocità della luce avevano ancora avuto il tempo di interconnetterli. L'inflazione ha esteso quei singoli volumi microscopici dilatandoli, trasformandoli ognuno in un universo separato da tutti gli altri. E adesso quegli infiniti puntini sono infiniti universi, tutti scorrelati e non comunicanti fra loro. Uno di quei puntini è oggi il nostro universo. Degli altri, non possiamo sapere nulla. Il nostro universo, quindi, sarebbe soltanto uno degli infiniti universi presenti, tutti diversi fra loro, ognuno con le proprie condizioni e caratteristiche, nella maggioranza dei casi inadatte allo sviluppo della vita.

Questa idea dell'Universo Inflazionario potrebbe apparire strampalata, una specie di favoletta alla Adamo ed Eva, sebbene il processo sia assolutamente possibile dal punto di vista matematico. Infatti, al momento, non si conosce l'origine dell'eventuale inflazione, ovvero, tecnicamente, la natura della eventuale particella responsabile di questo processo (l'inflatone, come si chiama in gergo). Però, a parte questo, i modelli inflazionari prevedono effetti sulla distribuzione della densità della materia, che nell'universo attuale si manifesterebbero in alcune caratteristiche specifiche della radiazione cosmica di fondo, quel fondo cosmico nella lunghezza d'onda delle microonde, osservabile oggi, e che rappresenta letteralmente la fotografia dell'universo primordiale, come era più di tredici miliardi di anni fa (fonte).

Quindi - e questo è il punto importante - il Modello Inflazionario è in linea di principio falsificabile. Cioè si possono effettuare misure sulla radiazione cosmica di fondo che possono smentire i modelli stessi, se i dati osservati non sono in accordo con le previsioni teoriche. Dico in linea di principio, perché esistono vari modelli per come in pratica si sarebbe svolta questa espansione violenta dell'universo, che danno luogo a caratteristiche diverse nell'universo odierno. Però il grosso dei modelli è consistente nel predire caratteristiche comuni.

La cosa interessante è che le piccole fluttuazioni di densità/temperatura misurate  nella radiazione cosmica di fondo sono consistenti con quanto previsto da questi modelli. Ovvero indicano che nell'universo di quasi 14 miliardi di anni fa sono presenti tenui differenze di densità che hanno le caratteristiche previste dall'inflazione. In questo senso sono in preparazione esperimenti che misureranno con maggiore precisione la caratteristiche della radiazione cosmica di fondo, e che potranno dire qualcosa di più su questo importante aspetto.

Al momento quindi, l'ipotesi del multiverso resta ancora una semplice ipotesi, nonostante queste interessanti corrispondenze tra le previsioni del modello e le caratteristiche della radiazione cosmica di fondo. Ma se l'ipotesi fosse vera, a questo punto sarebbe lecito pensare che in questo tripudio di universi, la maggior parte dei quali probabilmente desolatamente vuoti, ce ne saranno alcuni, forse pochissimi, non lo sappiamo, in cui le condizioni saranno tali da permettere la formazione di atomi, molecole, e magari anche esseri senzienti, che a volte si fanno anche chiamare "uomini di cultura", e che sparano cazzate ad ampio spettro. In questi universi, e solo in questi, esisterà il dibattito sul Principio Antropico. Nel resto degli universi le costanti fondamentali saranno tali da non produrre né atomi né sistemi complessi, né tanto meno qualcuno a chiedersi il perché.

lunedì 15 luglio 2019

Ci mancava solo l'equazione dell'amore!


“Lei disse: “Dimmi qualcosa di bello!”. Lui rispose: “(δ + m) ψ = 0”.
La risposta è l’equazione di Dirac ed è l’equazione più bella della fisica. Grazie ad essa si descrive il fenomeno dell’entanglement quantistico. Il principio afferma che: “Se due sistemi interagiscono tra loro per un certo periodo di tempo e poi vengono separati, non possono più essere descritti come due sistemi distinti, ma in qualche modo, diventano un unico sistema. In altri termini, quello che accade a uno di loro continua ad influenzare l’altro, anche se distanti chilometri o anni luce”.
Secondo il ragionamento di Dirac se due persone entrano in relazione e si instaura tra di loro, nel tempo, un rapporto di amicizia o di amore e poi vengono separate, esse non possono essere definite come due soggetti differenti ma, in qualche modo, ne diventano un sola. Anche dopo la separazione, continueranno nel bene e nel male, a conservare dentro di sé una parte dell’altra. Per sempre.
A prescindere dalle distanze, dalle esperienze e dai vissuti di ogni individuo, nonostante gli allontanamenti o i distacchi, le persone che hanno interagito tra loro si influenzeranno “finché morte non ci separi”. L’equazione di Dirac è quindi la formula scientifica dell’amore eterno platonico?


Questo è quello che si legge in rete su molti siti che parlano dell'equazione di Dirac. In un copia/incolla mondiale, che nemmeno l'equazione di Dirac riesce a spiegare, questa incredibile serie di puttanate proferite senza ritegno è diventata di colpo un passaparola fra i cazzari della rete. 

Ed ecco che c'è gente che si fa tatuare l'equazione addosso, a volte giusta, e molto spesso sbagliata. Che - voglio dire - maporcaputtana, almeno informati sulla formula giusta, no? Come se uno si facesse tatuare l'inizio della Divina Commedia, perché gli piace così tanto, e poi si fa scrivere: "Durante il camin di nostra vita..."



Fino a qualche anno fa l'equazione di Dirac era nota solo ai fisici, e forse nemmeno a tutti. E' l'equazione d'onda che descrive il comportamento degli elettroni (dei fermioni, per la precisione, ovvero le particelle di spin 1/2) tenendo conto della teoria della relatività. Una delle sue più celebri conseguenze è la presenza di soluzioni negative, che portarono alla previsione teorica dell'antielettrone, cioè l'elettrone di antimateria, detto anche positrone, osservato sperimentalmente qualche anno dopo. 

Punto!

L'equazione di Dirac non sfiora neanche lontanamente l'entanglement quantistico, e con esso non c'entra proprio nulla. Semplicemente nulla: è un abbinamento del tutto inventato. Anche perché è l'equazione per una singola particella, e l'entanglement implica per definizione la presenza di più di una particella.

Quindi quella storia che due persone che si amano, o che sono amiche e convivono per un po', e anche se poi si separano saranno sempre una cosa sola, è una scemenza che non c'entra niente con l'equazione di Dirac, ma nemmeno con l'entanglement, di cui magari parlerò prima o poi, dato che dietro questo termine i cazzari di tutto il mondo sono spuntati fuori come funghi, e nel suo nome credono di poter giustificare le peggio idiozie. E questa cosa grida vendetta.

Che poi, spiegatemi perché questo presunto olismo dell'equazione di Dirac (che non esiste, lo sottolineo ancora una volta) dovrebbe essere sempre positivo. Perché dovrebbe essere sempre e soltanto un volemose bene? Dove sta scritto? Considerate le variegate dinamiche delle coppie, perché solo l'amore dovrebbe restare per sempre, indipendentemente dalla distanza, e non il lancio reciproco di piatti e bicchieri, i vaffanculo-stronza/o che li senti pure dall'ultimo piano, e tutto il variegato campionario allegato? In quel caso l'equazione di Dirac non funziona? Niente "siamo e resteremo sempre una cosa sola", in quel caso?

E comunque l'entanglement quantistico funziona per sistemi quantistici (microscopici) preparati in modo molto particolare, e scompare molto facilmente quando questi sistemi interagiscono con il mondo macroscopico. Quindi fatevene una ragione, per voi cazzari l'entanglement non vale. E la cosa dovrebbe rassicurarvi, perché vuol dire che non esiste nessun altro uguale a voi, ovunque nell'universo, a condividere con voi, in perfetta simbiosi, le scemenze che dite.







mercoledì 10 luglio 2019

Pubblicare un articolo che nega l'allunaggio è veramente così innocuo?


Un importante quotidiano nazionale, ha qualche responsabilità in merito? 

 

Alcuni giorni fa Il Fatto Quotidiano ha pubblicato un articolo di un blogger, che nega l'allunaggio. L'articolo è leggibile qui, in una versione che non regala clic.
L'articolo in sé è di pessima qualità, irritante sia per il fatto di non dire nulla, ma soprattutto per ripetere le solite argomentazioni dei negazionisti, ignorando completamente le spiegazioni scientifiche già date in molte occasioni da esperti del campo.


Un esempio fra tutti, la storia delle "micidiali" fasce di Van Allen, che secondo l'autore sarebbero impossibili da attraversare, in quanto - cito testualmente - sono in grado di "friggere qualsiasi apparato radio (non parliamo dei corpi degli astronauti)". L'autore fa finta di ignorare che le fasce di Van Allen sono invece facilmente oltrepassabili semplicemente aggirandole, come è stato fatto con gli Apollo, e come viene fatto con tutte sonde che vengono mandate fuori dall'orbita terrestre. Se infatti i loro apparati radio fossero stati "fritti", come faremmo ad avere le foto dei vari Giove, Saturno, Plutone, comete e asteroidi vari?  Ah, ma forse sono finte pure quelle, che ingenuo che sono!

Comunque la cosa di cui voglio parlare non è la confutazione delle affermazioni del blogger, ma la risposta di  Peter Gomez, direttore de Il Fatto, a chi gli ha contestato di aver pubblicato un simile articolo spazzatura.

La risposta di Gomez è questa:

Intanto Gomez commette un errore colossale: confonde la fede con la scienza. Essere atei, o essere credenti, è un punto di vista personale, che non può essere né confermato né smentito in alcun modo da prove empiriche. Non c'è una verità dimostrabile in nessuna delle due posizioni. E' semplice fede, e basta.

L'allunaggio invece è un fatto, un evento storico, e crederci o non crederci non è un punto di vista personale, come non è un punto di vista personale l'esistenza dell'Aids o dell'Olocausto. Non crederci, tanto per dirne una, implicherebbe credere automaticamente che qualcosa come almeno un milione di persone (ma forse di più), fra astronauti, tecnici, scienziati, operai e operatori di tutti i tipi, siano stati d'accordo per una decina di anni, tanto è durato grosso modo il progetto della Nasa che ha portato l'uomo sulla Luna, a sostenere una balla atomica. Non solo, ma implicherebbe anche credere che tutti costoro abbiano mantenuto poi il segreto fino ad oggi.

Non credere all'allunaggio significherebbe anche non credere alle immagini che oggi ci mostrano i siti degli allunaggi, in cui si vedono i moduli di allunaggio, e perfino le tracce delle jeep sul suolo lunare.

Non credere agli allunaggi significa credere che i russi, che avevano delle sonde che giravano attorno alla luna all'epoca, e che vi si erano perfino posate inviando foto (e quindi non erano state "fritte" dalle fasce di Van Allen, a cui evidentemente i russi erano immuni), non siano stati capaci di scoprire che non c'era nessun americano da quelle parti, e che tutti i ritardi e le direzioni di provenienza delle comunicazioni non venivano dal mare della Tranquillità ma da Hollywood. Che poi, data la situazione politica dell'epoca, ai russi non sarebbe parso vero di poter mostrare al mondo che gli americani avevano messo su una messa in scena colossale. E invece muti, anche loro parte del complotto!

Insomma, non credere agli allunaggi significa, alla luce dei fatti, essere veramente molto stupidi, perché la finzione dell'allunaggio, se si è appena appena competenti dell'argomento, è così improbabile, e soprattutto così enormemente più complessa dell'allunaggio stesso.

E quindi dove sbaglia Gomez? Cosa c'è che non va nella sua risposta?

Gomez sbaglia perché pubblicare articoli del genere è un incentivo alla stupidità. E' un incentivo alla creduloneria. E' un incentivo ad abbandonare il pensiero critico. E' un incentivo ad abbracciare la mentalità complottista, che è il contrario del raziocinio. E' un incentivo a credere a tutto quello che ci piace credere, ignorando i fatti, soprattutto se questi contrastano con le nostre convinzioni. E negare l'AIDS o l'Olocausto, cose che Gomez reputerebbe invece pericolose e censurabili, è figlio della stessa mentalità, dello stesso modo di approciarsi al mondo.

Sì, perché il complottista normalmente è all-inclusive sui complotti. Se crede al complotto dello sbarco sulla luna, è altamente probabile che creda al complotto delle scie chimiche, a Big Pharma che propaganda i vaccini nascondendoci che sono nocivi, al cancro che si potrebbe curare con metodi naturali ma ce lo tengono nascosto, alla chemioterapia che uccide, alla Xylella che si cura con l'omeopatia, all'energia pulita che è tenuta nascosta dai poteri forti, alla teoria dell'evoluzione che è tutta una balla, o al cambiamento climatico, sul quale l'impatto dell'uomo sarebbe inesistente.

I complotti sono figli della mancanza di spirito critico mescolato a incompetenza. I complotti, di qualunque tipo, per prosperare hanno bisogno dell'incapacità di comprendere che si è incompetenti. E questo articolo contribuisce a questa mentalità, i cui risultati poi possono essere ad ampio spettro, manifestadosi, a seconda dei casi, in modo innocuo o con un grosso impatto negativo sulla società.