martedì 13 febbraio 2018

Divulgazione scientifica: non è che stiamo sbagliando tutto?

Di mestiere faccio il ricercatore in fisica, e nel tempo libero mi interesso anche di divulgazione scientifica. Faccio conferenze, incontri con le scuole, e attività perfino con i bambini. E poi c'è questo blog, dove mi diverto a parlare di scienza e argomenti correlati. 

Questa premessa è doverosa per dire che credo che la divulgazione scientifica sia importante. Credo che sia giusto cercare di spiegare la scienza in un modo che sia comprensibile, e di coinvolgere il pubblico, dato che sono convinto che la scienza sia tra le cose più belle e grandiose che l'essere umano sappia fare, tra  le poche cose che ci caratterizzano e ci distinguono rispetto a tutte le altre specie viventi.

Credo anche che una conoscenza maggiormente diffusa della scienza e del suo modo di procedere, di affrontare le questioni, dei suoi punti di forza e anche dei suoi limiti, possano contribuire a rendere migliore la società.

Infine credo nell'importanza della divulgazione scientifica anche perché è grazie a una conferenza scientifica di tipo divulgativo, del tipo di quelle che mi capita di fare per gli studenti, che anni fa decisi di studiare fisica all'università. Quella conferenza aveva toccato le corde giuste, portando alla luce un interesse che non avevo capito di avere.

E quindi guardo con favore la tendenza delle università e degli enti di ricerca a investire sempre più sulla comunicazione e sulla divulgazione della scienza.

Però ogni tanto mi chiedo se in realtà non stiamo ottenendo il risultato opposto a quello che vorremmo ottenere. Mi chiedo se non stiamo sbagliando tutto.

Me lo chiedo quando vedo nascere comitati di cittadini che credono di avere le competenze per discutere di virus e batteri in base alle due pagine web che hanno letto.

Me lo chiedo quando vedo genitori che straparlano sul funzionamento del sistema immunitario, e che sono convinti che il tetano si previene non con l'antitetanica, ma giocando per terra in giardino.

Me lo chiedo quando passo davanti al reparto "medicine alternative" in libreria, dove pullulano libri sulle teorie più astruse, tutte che millantano la loro (inesistente) scientificità.

Me lo chiedo quando leggo che gente priva di qualunque competenza sentenzia su un esperimento per lo studio dei neutrini, confondendo radioattività con reazioni nucleari.

Me lo chiedo quando leggo di gente che crede che un elettricista in pensione sia capace, l'unico al mondo, di prevedere i terremoti.

Me lo chiedo quando leggo che mirabolanti scoperte scientifiche che risolverebbero i problemi del mondo ci sono tenute segrete dagli stessi scienziati.

Me lo chiedo quando vedo programmi tv proporre dibattiti su argomenti scientifici nei quali allo scienziato è anteposto un disk jokey e una presentatrice televisiva.

Me lo chiedo quando di fronte a un'epidemia di un parassita che uccide migliaia gli ulivi si dà fiducia a un giudice, un amministratore locale o un sedicente esperto, invece che a team internazionali di scienziati del campo.

Me lo chiedo di fronte al dilagare del termine "quantico" usato per sdoganare qualunque puttanata: la mente quantica, la guarigione quantica, la dieta quantica, la medicina quantica, la psicologia quantica, il tutto perfino con la convinzione di dare un contributo alla conoscenza scientifica.

Me lo chiedo di fronte a gente che crede alle cose più incredibili e prive di senso, dalle scie chimiche fino alla terra piatta (solo qualche anno fa, in una conferenza scientifica, dissi, per fare l'esempio di una cosa inconcepibilmente assurda: "è come se uno credesse che la terra sia piatta")

Mi chiedo se tutta questa deriva ascientifica non sia (anche) il risultato della banalizzazione con cui a volte viene presentata la scienza, nel continuo tentativo di raggiungere il pubblico più vasto possibile tramite le fiere della scienza, i teatrini per grandi e piccini, il gioco dell'oca col Bosone di Higgs, i trenini umani per spiegare gli acceleratori di particelle, e i ricercatori che fanno i razzi con le Menthos nella Coca Cola.

Mi chiedo se questa diffusa e dilagante inconsapevolezza di essere ignoranti su una materia sulla quale invece è assolutamente normale essere ignoranti non sia, alla fine, il risultato di una divulgazione che mira a stupire invece che spiegare, a prediligere ciò che colpisce l'immaginazione rispetto ai contenuti.

Mi chiedo se questo tentativo di far apparire la scienza a portata di tutti non abbia contribuito a convincere la gente che la scienza sia realmente a portata di tutti, e che quindi basti un click o la lettura di un libro di Rovelli per poter essere non dico scienziati, ma comunque capaci di dialogare alla pari con gli scienziati.

E soprattutto mi chiedo se questa semplificazione della scienza, questo voler farla apparire a tutti i costi piacevole e divertente, non abbia alla fine instillato l'idea che l'approfondimento, lo studio, gli anni di lavoro, il "mazzo tanto" non siano poi in fondo così determinanti per diventare esperti di virus, di buchi neri, di meccanica quantistica, di sismologia o di oncologia.

Nonostante continui a fare attività di divulgazione scientifica, questi dubbi mi vengono sempre più spesso.

26 commenti:

  1. Io non sono un divulgatore - almeno non ufficialmente e non al tuo livello - ma da fisico mi sto ponendo da tempo le stesse domande.
    Una risposta definitiva non la ho... ma tanto ottimista non lo sono.

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  2. Io credo che abbia ragione Burioni, quando dice che se si vuole parlare con lui occorre avere laurea specializzazione e dottorato. Non è piacevole, ma è così.
    E credo che abbia molta ragione anche Aldo Grasso, che ha scritto che presuntuoso e arrogante non è chi sa, ma chi si vanta della propria incompetenza.
    D'altra parte, per chi parla il divulgatore? per gli imbecilli che sostengono che la Terra sia piatta, o per gli ignoranti curiosi che vogliono sapere come ha fatto l'uomo a capire che la Terra è tonda?
    Quindi, cari divulgatori, il vostro lavoro è comunque fondamentale. Qualunque persona intelligente, quando si va fuori dal suo campo specifico di competenze, ha bisogno di un divulgatore che gli/le spieghi le cose. E' per costoro che dovete lavorare. Gli altri... beh, il proverbio diceva che "a lavar la testa all'asino si perde il ranno e il sapone..."

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  3. Io sono un fisico, come te. Per 18 anni ho lavorato come divulgatore scientifico. Poi per 6 anni sono passato a un altro tipo di giornalismo. Infine ho abbandonato la professione, in tutte le sue forme. Per un motivo semplice: la sfiducia.

    Il giornalismo si fonda un assioma al quale non pensiamo mai perché lo diamo per scontato: le persone informate sono persone migliori. Be', io non ci credo più.

    Per capire bisogna – come scrivi tu – farsi un mazzo così. Ci vuole tempo. Ci vuole fatica. Ci vogliono spirito critico e onestà intellettuale. Sicché la massa preferisce credere alle cazzate: spiegazioni semplici a problemi complessi. Semplici e sbagliate ma facili da capire senza sforzo. Così vai di complotti, medicine alternative, miracoli, dogmi religiosi e fake news.

    Io non spreco più nemmeno un minuto del mio tempo per cercar di salvare quest'ammasso di creduloni dall'ignoranza nella quale sguazzano.

    Questo però non significa che abbia smesso di scrivere. Lo faccio per me, però. Lo faccio perché mi diverte. E niente mi diverte quanto sfottere i beoti e gli insipienti.

    Non servirà a renderli migliori? Chissenefrega. Niente servirebbe comunque. Almeno così mi diverto. Gli altri si fottano.

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  4. Sono d'accordo con Riccardo, è inutile accannirsi nel far cambiare idea ai vari antivaccinisti, terrapiattisti, *minchiata a caso*-isti, perché loro ci credono "per fede" e non nessun ragionamento li convinerà mai, ma tutti gli altri allora?.
    I complottisti alla fine saranno sempre una minoranza, anche se grazie ad internet riescono ad essere molto rumorosi. Sarebbe quindi un peccato smettere di fare divulgazione a causa loro. Anzi, un controsenso, visto che la divulgazione, se corretta, serve ad istruire, e l'istruzione è il miglior vaccino contro l'ignoranza.

    È vero che la divulgazione non può sostituire uno studio serio, ma è chiaro le cose si possono conoscere a livelli diversi e non si può giudicare inutile (o addirittura dannosa) qualsiasi conoscenza parziale e non universitaria!
    Tra l'altro, visto che nessuno può sapere tutto,questo discorso in realtà si applica anche all'università. Per esempio in fisica spesso viene utilizzata una conoscenza parziale dei metodi matematici, senza entrare nel dettaglio delle dimostrazioni o dei criteri richiesti: bisognerebbe quindi interdire agli insegnanti di spiegare i differenziali come intervalli infinitesimi perché rischiano di rendere gli studenti troppo sicuri di sè in geometria differenziale?

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  5. C'è un grosso problema anche nel modo di fare divulgazione scientifica. Sono un medico, che da 40 anni applica metodi scientifici di ricerca ad una branca del sapere che di scientifico non ho proprio nulla, a parte la biochimica e la statistica. Collateralmente, da 40 anni seguo i progressi della Fisica e della Cosmologia, affidandomi ai libri di divulgazione, disperandomi quando non riuscivo a capire "semplici" esempi o metafore, atti a far capire concetti quali le dimensioni aggiuntive, l'effetto attrattivo dei gluoni e via dicendo. Smisi di disperarmi quando, molti anni fa, in un testo, di cui non ricordo titolo ed autore, con franchezza si spiegava che esiste un limite culturale di spiegazione, oltre il quale il lettore sprovveduto deve fare atto di fiducia (non di fede), perché non ha le conoscenze adatte a capire. Un fisico vede le dimensioni aggiuntive non nella sua mente, ma nelle formule ed equazioni che le descrive.
    E vengo al punto: continuo a leggere di tutto e sempre più vedo esempi o metafore "forzate" e totalmente fuori luogo, nel tentativo di far capire anche al passante concetti sui quali anche voi stessi siete spesso in disaccordo.
    Nell comunicazione scientifica esiste qualcosa di assurdo: ogni volta che pubblicavo (da pochi anni ho smesso) un lavoro dovevo sottostare ad un comitato scientifico e ad uno etico, ad una peer review, a dichiarazione di non avere interessi economici ecc ecc. Però sono sempre stato libero di pubblicare libri...
    Ecco, credo che sia così anche per voi: dura selezione nella pubblicazione accademica, ma libero mercato per l'editoria pubblica.

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    1. Il mantra dei divulgatori è che devono evitare le formule, altrimenti perderanno l'interesse del loro pubblico. Considerando che in pratica la fisica sono tutte formule, è chiaro che diventa un'impresa, un po' come voler insegnare l'inglese senza poter parlare inglese.

      Questo non vuol dire però che sia inutile

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  6. Certo comprensibili i dubbi, ma spero continuerai nella tua opera di divulgazione della Scienza.
    Non è colpa dei divulgatori scientifici che hanno le credenziali per esserlo sta confusione.
    È colpa dei divulgatori non accreditati che utilizzano teorie scientifiche per supportare teorie tutte loro spesso strampalate.
    Francamente leggendo di scienza in verità uno si rende ben conto di quanto straordinarie siano le menti di chi tutte quelle cose le ha capite perfettamente, studiate, verificate, formulate.
    Inoltre si rende conto dell'immensa mole di conoscenze e dati che stanno alla base di quella comprensione.
    Quando leggo libri di scienza spesso mi trovo davanti a termini che implicano la comprensione di altri concetti ulteriori rispetto a quanto esposto.
    Non è proprio possibile non rendersi conto di quante cose bisogna conoscere e pensare di poter dialogare alla pari.
    Detto questo nonostante le numerose distorsioni a me non sembra un male che le persone comincino a provare interesse verso la scienza o quello che pare scienza.
    Poi con il tempo possono imparare a distinguere meglio

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  7. Sì, un po' di sana reverenza nei confronti degli scienziati non sarebbe fuori luogo. Tutta questa spettacolarizzazione, coinvolgente anche i musei in voga adesso, non fa altro (non ha fatto altro) che banalizzare la ricerca vera. Su certe cose non c'è da scherzare, cose come le 'scelte' se vaccinarsi o no non devono essere lasciate al primo sprovveduto. A volte mi capita paradossalmente di pensare che anche il suffragio universale sia controproducente, anche se in tanti sono morti perchè lo avessimo.

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  8. I tuoi dubbi sono ovviamente condivisibili e sinceramente non svincolati dalla realtà attuale. Personalmente t'invidio per il lavoro che fai, avendo fatto studi di fisica, non completati.

    La divulgazione è fondamentale anche per l'aspetto "politico" nel dover finanziare e sostenere ciò che troppo spesso sono viste e ritenute "ricerche inutili".

    Esiste però anche un aspetto non secondario e che risiede nella mercificazione della spettacolarità della scienza. Questo aspetto è cresciuto in modo esponenziale con l'aiuto della MQ in quanto alla sua predisposizione a "stupire" nell'impossibile senso comune.

    In molti, troppi, vendono di tutto sulle spalle della MQ e RG -e loro derivati e collaterali- fruttando appunto una mala, scarsa o superficiale informazione. Questo è un danno a doppio senso -ultimo effetto: il Gran Sasso -

    ...un po ci stiamo provando nel creare strumenti di divulgazione più efficaci, coinvolgendo "voi" in primis.

    Un saluto e buon lavoro.

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  9. Una lancia a favore della semplificazione la voglio spezzare: sono stata due anni fa a un evento per bambini con mio figlio, che si è intrattenuto guardando due "scienziati pazzi" che facevano le pozioni fumanti e i razzi con la CocaCola e le Menthos; ormai sono due anni che da grande mi dice che vuole fare il papà-supereroe e anche, per sbarcare il lunario (perchè non è che pagano bene per fare il papà-supereroe), "quello che fa le pozioni... come si chiama mamma?" "il chimico" "ecco, il chimico".

    Elena

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  10. La mia sensazione a pelle è che quello che succede in questi anni è il rimbalzo di quanto successo fino al 1970-1980 circa, quando gli scienziati venivano osannati acriticamente e si credeva alle magnifiche sorti e progressive. Allora come adesso nessuno capiva esattamente cosa facevano gli scienziati, ma ci si fidava di loro esattamente come adesso non ci si fida a priori.

    Per me, divulgazione non significa ipersemplificazione e basta: la semplificazione serve per dare una prima idea, ma deve sempre essere accoppiata alla spiegazione che le cose non sono mai così semplici. Far credere che tutto sia semplice porta inevitabilmente a dire "ma allora lo posso fare anch'io".

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  11. Ciao a tutti,
    credo che da parte di chi fa divulgazione manchi di un approccio con un po'di preparazione. Chi di noi (mi ci metto anche io) ha strutturato un intervento (lezione, conferenza) con le domande: A chi parlo, che concetto voglio trasferire,
    quali sono le trappole che possono portare ad un fraintendimento, con che linguaggio, con che tempistica?
    Normalmente ci si affida all'esperienza e la buona volonta' ma questo puo'portare ad errori clamorosi. Esistono studi e congressi su come trasferire i concetti della divulgazione e il fraintendimento di concetti (p.es. Stagioni dovute alla distanza Terra-Sole) ma l'impressione e'che non siano mai stati letti dai piu'.
    Poi esistono delle opinioni radicate da molti anni difficili da combattere (il Buco Nero non e'un buco ma tale convinzione risale agli anni settanta!) .
    Quindi la mia impresssione e'noi tutti (scienziati, giornalisti scientifici etc ) dobbiamo studiare e prepararci meglio sulle tecniche di divulgazione. Certo e'che
    se cerco fondi per andare ad un corso, congresso di divulgazione mi dicono: prima la scienza e poi, se restano i soldi, queste cose.

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  12. Caro Stefano
    francamente non credo che stiamo sbagliando approccio alla divulgazione, almeno non chi come noi cerca di non banalizzare la scienza ma bensì prova di semplificarla e renderla più digeribile a un vasto pubblico senza nascondere l'enorme complessità che vi è dietro.
    Credo che la colpa della deriva antiscientifica sia imputabile fondamentalmente all'assenza nel panorama generale culturale nei mass media e nella scuola della divulgazione scientifica e quel poco resta confinato nei due estremi: nella spettacolarizzazione alla Giacobbo o nel noia mortale dei testi scolastici.
    A cui si somma il non minore effetto Dunning-Kruger a mio avviso costantemente rafforzato proprio dalla crescente alfabetizzazione della società. Ovvero le persone sono sicuramente più colte oggi di ieri in generale ma non in maniera omogenea in tutti i campi dello scibile umano. Su temi scientifici e tecnologici manteniamo la stessa ignoranza di 50 anni fa, anche perchè la complessità del mondo in cui ci troviamo è cresciuta e non di pari passo la diffusione della cultura scientifica. Così la gente si sente più consapevole e sicura della propria cultura generale, si sa muovere a grandi linee fra fenomeni politici, sociali, economici, artistici, sportivi e tecnologici (da utente) è crede di poter mutuare la stessa forza e sicurezza culturale anche in campo scientifico senza rendersi conto di quanto sia enormemente più complesso. Questo spiega come un laureato qualsiasi oggi si senta in diritto parlare di vaccini con la stessa sicurezza di un primario di immunologia pediatrica.
    Per cui mai come oggi credo sia importante alimentare una corretta divulgazione scientifica soprattutto fra i giovani, ricorrendo anche all’aspetto ludico.
    Alessio

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  13. Ho letto nei commenti, fatti da gente competente, dei grossi limiti che può presentare una divulgazione scientifica rivolta al grande pubblico. Io faccio lo psichiatra, e il mio campo è particolarmente esposto all'intrusione di cosiddetti "esperti" televisivi che, nella foga di rendere alla portata di tutti le "loro" idee, creano solo una gran confusione nel pubblico.
    Sono d'accordo che c'è un errore di fondo nel modo in cui si cerca di divulgare l'informazione scientifica. Forse bisognerebbe insegnare già nelle scuole dell'obbligo una metodologia dell'acquisizione delle informazioni, in modo da evitare che ci si senta davvero tutti esperti in un campo dopo aver letto una frase su Facebook.

    Fabio Massimo

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  14. Secondo me ci sono due piani distinti:1) c'è un problema di conoscenza del METODO SCIENTIFICO: se la si possiede si è in grado anche di 2) fidarsi della divulgazione da parte degli specialisti che hanno usato quel metodo. Io quello che ho spesso verificato è la mancanza del punto 1), ossia la conoscenza del metodo,che produce la mancata fiducia nella divulgazione seria e la credulità in qualunque affermazione non scientifica. Quindi, a mio avviso, occorrerebbe puntare sulla diffusione della conoscenza del metodo prima che dei contenuti specifici di ogni scienza

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  15. Premettendo che sono un semplice consumatore e non creatore di divulgazione scientifica. Pensavo anche io che i divulgatori avessero un ruolo in questa esplosione di opinioni antiscientifica, ma poi mi sono chiesto: quanti di questi hanno mai letto una articolo di divulgazione? E quando dico divulgazione mi riferisco a riviste come Le Scienze, Mente e Cervello, etc. non agli articoli dei quotidiani che parlano di "scienza". Perché credo che siano questi articoli dai titoli sensazionalistici che degradano l'opinione che ha la persona media ha della scienza.
    La persona comune si ritrova a leggere notizie di scoperte scientifiche quasi ridicolizzate, imprecise, e per i più noiose. Mentre magari sarà interessata al fatto che "gli scienziati" hanno scoperto che il limone cura la calvizie, "lo dice la scienza", e mille altri articoli simili.
    Quindi penso che le persone che cadono nei complotti vengono foraggiate da questo genere di giornalismo, ed invece i futuri scienziati (o semplici appassionati come me) vengono foraggiati da articoli di divulgazione seria che adempie perfettamente allo scopo. Per questo preferisco che voi non demordiate e continuate a sci-alfabetizzare la popolazione, che ne ha tanto bisogno.

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  16. Lorenzo Ceriani - insegnante17 febbraio 2018 00:47

    Credo che il "come" si fa divulgazione scientifica sia determinante. Ottimi spunti in questo senso li ho trovati leggendo "Segmenti e bastoncini" di Lucio Russo, che anche se parla soprattutto della scuola individua a mio avviso molto bene dove sta il problema.

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  17. Personalmente, essendo impegnato in "caffè-scienza" sono un convinto sostenitore del dialogo scienza - Pubblico. Che ha diritto di domandare (anche a Burioni).
    Secondo me il primo problema è del modo di fare giornalismo e intrattenimento TV. Fino a quando si mettono sullo stesso piano atricette e ricercatori e fino a quando anzichè ai ricercatori si fanno domande alla gggggente i risultati saranno questi...

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  18. Capisco che la divulgazione scientifica possa essere un'arma a doppio taglio...ma Dawkins, Pais, Feynman, Livio, Sagan... grandi divulgatori!

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  19. Durante la scorsa Settimana della Scienza a Roma ho visto giovani ricercatori travestiti fare giocolerie e quant'altro: me ne sono fuggita inorridita e quello che dice conferma che non sono la sola a pensarla così.Non è dignitoso dopo aver "buttato il sangue"tanti anni sui libri. Grazie per l'articolo!

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    1. Ci sono però associazioni culturali nati appositamente per quello: coinvolgere i bambini. E se si tratta di bambini in età prescolare è un po' difficile coinvolgerli spiegando loro la teoria della relatività alla lavagna.
      Io trovo oltremodo dignitoso cercare di educare i bambini e formarli e incuriosirli nei loro anni più sensibili e delicati.

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    2. Io credo che abituare i bambini al pensiero scientifico sia assolutamente fondamentale, per evitare di ritrovarsi poi adulti che sono diffidenti verso la scienza. E anche ho fatto e faccio attività per bambini. Certo che non si può spiegare loro la relatività alla lavagna, però ti assicuro che si può abituarli a farli ragionare in modo scientifico senza necessariamente farli giocare e basta, come invece tante attività per bambini sostanzialmente fanno. La mia esperienza è che i bambini sono interessatissimi a tutto, se sai toccare le corde giuste. A me è capitato di fare "lezioni" su come cadono i corpi, o sulla luce, o sulle ombre, in classi di bambini delle elementari, in cui io non fornivo risposte, non spiegavo nulla, ma li stimolavo a porsi domande, a riflettere su cose che vedevano nella vita di tutti i giorni, con piccoli esperimenti che erano loro a fare. Anche con i bambini penso che ci sia una divulgazione più utile di un'altra, dal mio punto di vista. Magari più impegnativa, perché bisogna pensarla bene, ma certamente più efficace nel comunicare l'interesse per l'approccio scientifico.

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  21. "il risultato di una divulgazione che mira a stupire invece che spiegare, a prediligere ciò che colpisce l'immaginazione rispetto ai contenuti."

    BINGO! La divulgazione è diventata il moderno barocco, è del poeta il fin la maraviglia. Torniamo al classico, mostramo le belle forme senza orpelli, e chi le capisce se ne innamorerà.

    Tommaso Russo, Trieste

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  22. No, non voglio credere che il tempo e la passione spesi nella divulgazione siano tempo perso, o peggio speso per far capire fischi per fiaschi. Penso che semplicemente quello che nessuno spiega è "come funzioni" la scienza. Spiegare i risultati è un conto, serve più che altro a chi già sa come interpretare la spiegazione. Quello che serve, a partire dalla scuola, è far capire COSA E' un esperimento, a cosa serve, qual è il percorso logico che porta prima a immaginare un modello, immaginare un esperimento che possa fare "l'avvocato del diavolo", interpretare i dati, eventualmente modificare il modello... questo bisogna far capire, prima ancora di parlare del riscaldamento globale, del bosone di Higgs o della CRISPR! Solo così ci può essere un substrato su cui un'idea può prendere forma senza (forse) essere fraintesa.

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  23. Non so, ci sono due cose che non mi convincono:
    1. come dicevo commentando questo articolo di Massimo Sandal[1] (che rimanda a questo pezzo) a me viene da ragionare in termini di mercato. Ovvero di inquadrare ogni iniziativa di divulgazione scientifica in un contesto dove la gente può scegliere tra moltissime cose diverse, compreso il disinteressarsi completamente della divulgazione. Ciascuna delle iniziative di divulgazione avrà il proprio pubblico, che ne costituisce la domanda.
    E in questo senso, anche la divulgazione basata sul "blastare gli ignoranti" praticata da alcuni, secondo me risponde a un bisogno del loro pubblico. Non che questo lo renda automaticamente giusto, però se ha così successo vuol dire che a qualcuno qualche risposta la da nel modo in cui se la vuole sentire dare.
    Quello che voglio dire è che questo tipo di divulgazione, così come la divulgazione giocosa o - d'altro canto - le cazzatone pseudoscientifiche incontrano un pubblico che non è interecettato dalla divulgazione scientifica "fatta bene" come intesa qui.

    2. ho ancora più perplessità su questo punto:
    «Mi chiedo se questo tentativo di far apparire la scienza a portata di tutti non abbia contribuito a convincere la gente che la scienza sia *realmente* a portata di tutti, e che quindi basti un click o la lettura di un libro di Rovelli per poter essere non dico scienziati, ma comunque capaci di dialogare alla pari con gli scienziati.»
    la prima perplessità è, ovviamente, chi decide cosa è alla portata di chi e cosa no. La seconda pè che una volta che hai detto a qualcuno "mi spiace, non ce la puoi fare" allora non ti rimane più nulla da fare, che non è esattamente una vittoria.
    Cioè, io capisco lo scoramento di fronte al vedere degli sforzi vanificati o di fronte al fatto che le cazzatone sembrino avere la meglio sulle cose serie, ma non son convinto che il ritorno alle élite sia la risposta corretta. perché onestamente mi pare che questo tipo di discorso porti solo a quel risultato, magari non intenzionalmente.

    Cristian

    [1]: https://not.neroeditions.com/lo-sbarco-sulla-luna-la-generazione-internet/

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