venerdì 25 novembre 2016

La mancanza di cultura scientifica

Viviamo in un mondo in cui i prodotti della scienza riempono la nostra quotidianità. Dai gadget elettronici, il gps, il web, senza dimenticare tutto quello che ha a che fare con la medicina. Se una volta la poliomielite era di casa e un'infezione poteva tranquillamente portarti nella fossa, e adesso questo non accade più, non è certo perché semplicemente ci laviamo di più le mani, come certi affermano, ma è piuttosto dovuto unicamente al progredire delle conoscenze scientifiche.

Eppure, nonostante ciò, mai come oggi è diffuso lo scetticismo verso la scienza, e il sospetto verso ciò che le ricerche scientifiche possono portare. Mai come oggi le convinzioni pseudoscientifiche, complice certamente la facile via della rete, si diffondono velocemente e vengono spesso assurte a alternative più credibili e affidabili. Basti pensare alle innumerevoli terapie alternative prive di qualunque costrutto e fondamento scientifico, dal cancro curabile nei modi più fantasiosi al metodo Stamina fino al diabete che si curerebbe con una semplice dieta, senza dimenticare i sedicenti previsori di terremoti, e le convinzioni più strampalate sul funzionamento della natura, dalla biologia alla fisica.

I polmoni d'acciaio per mantenere in vita i malati di poliomielite, in un'immagine degli anni 50, prima dell'introduzione del vaccino antipolio.

La colpa, si dice, è la "mancanza di cultura scientifica", che in Italia sembra essere un problema particolarmente serio e diffuso. La mancanza di cultura scientifica che ci fa preferire le bufale e le fregature alla scienza, perché della scienza non ne capiamo il linguaggio, il metodo, il modo di procedere, mentre il modo di proporsi delle pseudoscienze è per sua natura più diretto, apparentemente meno ambiguo, rassicurante e immediatamente comprensibile, e per questo accattivante. La scienza infarcisce le sue conclusioni con tutti quei "sembra", "è probabile", "non si può escludere", mentre la pseudoscienza non dubita mai (salvo dubitare della scienza) e per questo riscuote facili consensi.

E' vero, sono d'accordo anche io: in Italia manca cultura scientifica. Il problema sorge però quando si prova a proporre una soluzione a questo problema, ovvero cosa fare (o cosa non fare) per diffondere maggiormente la cultura scientifica tra il grande pubblico.

A questo punto non sempre i pareri sono concordi. Il motivo, secondo me, è che non si ha ben chiaro cosa significhi avere cultura scientifica. E invece, per risolvere un problema, normalmente bisogna prima conoscere il problema che vogliamo risolvere. A questo proposito voglio fare un esempio di cui sono stato diretto testimone, che secondo me sintetizza al meglio cosa significhi non avere cultura scientifica.

Anni or sono, nella zona in cui vivo, aveva preso piede vietare, il giovedì e la domenica, l'uso delle auto a targhe alterne in particolari fasce orarie, con l'intento di arginare il problema dell'inquinamento da polveri sottili. Essendo il divieto di usare l'auto una indubbia limitazione, la cosa aveva immediatamente scatenato il dibattito, e i sostenitori e i contrari al provvedimento avevano preso a sfidarsi sulle pagine dei quotidiani locali e nazionali. E quindi si leggevano frasi (cito a memoria) del tipo "è un provvedimento doloroso ma necessario", oppure "non serve perché la causa sono i tir, il riscaldamento, le fabbriche...", con tutte le varie sfumature di opinioni del caso.

Siccome anche il comune in cui abito aveva aderito al provvedimento, le amministrazioni locali avevano organizzato un incontro pubblico per spiegarne le ragioni. E io ero presente. Come prevedibile, si scatenò il dibattito su chi era a favore e chi era contrario al provvedimento. Chi lo riteneva necessario e chi lo riteneva inutile. Ognuno portava le sue motivazioni, tutte apparentemente valide e condivisibili.

Bisogna a questo punto sottolineare che l'Arpa, l'azienda preposta alle misure (tra le altre cose) sulla qualità dell'aria, mette in rete da sempre, giornalmente, le rilevazioni del livello di polveri sottili prese nelle varie centraline, in città e fuori dai centri abitati, per cui è possibile per chiunque, con pochi click, controllare se il provvedimento del blocco del traffico è efficace o meno, per esempio mettendo le misure in un grafico in funzione del tempo, magari correlando centraline in zone dove normalmente c'è traffico con quelle in aperta campagna, che sono ovviamente insensibili al blocco del traffico.  In un paio di dopocena uno si può quindi ricostruire la storia delle polveri sottili della propria città degli ultimi mesi, e magari metterla in relazione alle condizioni meteo giorno per giorno. Io lo avevo fatto.

La cosa strabiliante in tutto questo è che invece nessuno di quelli che avevano una posizione forte sul problema lo aveva fatto. A nessuno era venuto in mente di guardare i dati. Né a quelli che sostenevano convinti l'utilità, anzi la necessità del provvedimento, né a quelli che, con altrettanto ardore, ne indicavano l'assoluta inutilità. Ognuno portava motivazioni e dotti ragionamenti a supporto della propria tesi, ma a nessuno era balenata la cosa più ovvia e scontata: guardare le misure! Siamo così abituati ad anteporre le opinioni ai fatti di fronte a ogni tipo di problema, che ci dimentichiamo persino che possano esistere i fatti. Non siamo abituati ad essere consapevoli che l'opinione su un qualunque problema vale zero di fronte al dato, al numero, alla misura. Numero che a nessuno era venuto in mente di controllare. E è paradossale che nemmeno i più contrari al provvedimento, che spiattellando il grafico sotto il naso dell'amministratore avrebbero vinto a mani basse, avevano avuto l'ardita intuizione di consultare le misure e anteporle alle loro opinioni. La prova evidente di quanto poco siamo abituati ad affrontare i problemi nel modo che invece, nella scienza, rappresenta la norma.

Ecco, questo fatto, a mio parere, sintetizza al meglio cosa significhi non avere cultura scientifica. Non comprendere la differenza fra opinione e dato di fatto e perdere tempo a discutere a colpi di "secondo me" quando le misure, pubbliche, mostrano inequivocabilmente, in questo caso specifico, che il livello di polveri sottili se ne infischia altamente dello stop al traffico, per lo meno attuato con quelle modalità, tra targhe alterne, fasce orarie, euro 3, 4 e 5, permessi speciali e furbetti. Questo fatto secondo me è emblematico dello spirito antiscientifico che ci permea, seppure in modo totalmente inconsapevole. E' il medioevo riportato pari pari nel nuovo millennio. E' il Cardinale Bellarmino di fronte alle immagini del telescopio di Galileo, che antepone le sue convinzioni all'immagine dei satelliti di Giove.

E allora come fare?

Innanzitutto bisogna avere chiaro che la mancanza di cultura scientifica non è, come certi credono, non sapere di scienza. Si può essere studiosi umanisti e avere ugualmente una profonda cultura scientifica. Avere cultura scientifica non è sapere come sono fatti gli atomi o le galassie, i quark, il genoma, o essere esperti di computer. Magari può aiutare, ma non è indispensabile. Avere cultura scientifica significa capire il linguaggio e i metodi della scienza, e far sì che essi appartengano alla nostra cassetta degli attrezzi, sia che si parli di quark, di vaccini o di stop del traffico alle targhe alterne.

Avere cultura scientifica significa possedere la piena consapevolezza che l'opinione deve soggiacere al dato, al numero, e che il risultato delle misure deve guidare l'opinione, e non il contrario. E' l'importanza dei fatti, così ignorata sia quando si parla di scienza che di altri eventi di importanza sociale, politica o culturale.

Avere cultura scientifica significa comprendere il linguaggio della scienza. Ad esempio significa sapere che la scienza non può per sua natura escludere categoricamente che un fenomeno possa avvenire, e quindi non potrà mai dirci "assolutamente sì" oppure "assolutamente no", come invece fanno le pseudoscienze. Ma allo stesso tempo significa comprendere cosa implichi il fatto che un certo fenomeno non sia mai stato osservato. E quindi se leggiamo che nessuno studio evidenzia la nocività dei cellulari questo vuol dire, tanto per capirci, che non si esclude in modo categorico che i cellulari possano essere nocivi, ma allo stesso tempo, se non sono mai stati osservati danni alla salute, allora i cellulari non possono far male così a capocchia come certi invece affermano.

Avere cultura scientifica significa avere la consapevolezza che per fare scienza è necessario avere un bagaglio di competenze e di conoscenze che non si improvvisano. Significa avere ben chiaro che se non si è esperti di un dato settore, e se magari di lavoro si fa tutt'altro, non c'è verso che le nostre opinioni su un tema tecnico/scientifico possano competere con quelle di chi su quel tema ci lavora da una vita. Non basta informarsi, perché per quanto ci possiamo sentire dotti sull'argomento, dobbiamo farcene una ragione: gli esperti, in quanto tali, alle nostre obiezioni ci avevano già pensato da un bel po'.

E allora come incentivarla, come incrementarla, questa benedetta cultura scientifica? Non lo so, o meglio ho alcune idee in proposito, di cui parlerò poi, ma so per certo cosa è inutile, cosa non serve.

Per cominciare, la cosa più inutile per diffondere la cultura scientifica è infarcire i programmi scolastici di nozioni di scienza, dalla fisica moderna alle frontiere della genetica e della biologia, facendo studiare di tutto, fino alle scoperte fatte ieri pomeriggio.

Prendiamo il programma di fisica del liceo scientifico. Sulla carta c'è tutta la fisica, compresa la relatività, la meccanica quantistica, la fisica subnucleare, il Modello Standard, i raggi cosmici e il Bosone di Higgs. Segno evidente che chi ha pensato questi programmi è al massimo un nerd, ma sicuramente non è uno che ha la cognizione di quello su cui ha preso decisioni.

Sì perché per comprendere effettivamente l'importanza della meccanica quantistica o delle recenti scoperte della fisica, ci vogliono basi matematiche e conoscenze approfondite che al liceo non si hanno e non si possono avere. Non solo, ma bisogna avere veramente assimilato nel profondo ciò che chiamiamo fisica classica.  E senza quelle basi matematiche e quel solido background che vorrei chiamare "culturale", la meccanica quantistica e tutto il resto diventano soltanto una lettura alla Focus. Una storiella, dove un giorno i fisici, non si capisce bene perché, hanno deciso che l'atomo si comportava in un certo modo etc etc.  Una storiella magari anche interessante, ma niente di più di un'ulteriore nozione.

Non è quindi forse meglio fare meno, ma farlo meglio, e far approfondire non i dettagli e i chiacchiericci, ma i concetti fondamentali, ma soprattutto l'approccio ai problemi? Quei concetti che invece vengono sorvolati perché il target primario è riuscire a finire un programma vasto in modo ridicolo? L'acquisire cultura scientifica passa innanzitutto attraverso il ragionamento, e non il sapere la favoletta sull'elettrone che non riesci a localizzarlo, e il ricordarsi a memoria la formula dell'energia dell'atomo di Bohr o le trasformazioni di Lorentz. E' inutile fare tonnellate di esercizi di fisica se poi nessuno ti fa notare il fascino della fisica. Sarai bravo a fare gli esercizi (ma in realtà non lo sarai mai abbastanza), ma non avrai capito la fisica, e la logica che ha portato a costruire le leggi della natura come le conosciamo.

E infine, per capire come funziona la scienza, bisogna fare tonnellate di laboratori. Solo misurando, non importa cosa, ma misurando e ragionandoci poi sopra assieme, discutendo sulle scelte, sulle approssimazioni, su cosa influisce sulla precisione della misura, si capisce come funziona la scienza. Lo scopo del laboratorio non deve essere quello di fare una bella relazione, ma di capire il metodo. Secondo me, almeno per i primi due anni del liceo, fisica dovrebbe essere soltanto laboratorio! Lo spirito critico, che è alla base della cultura scientifica, si sviluppa sbattendo il naso con il problema di misurare qualcosa quando ci sono tanti fattori che remano contro, che mescolano le carte, e fare misure in laboratorio è l'unico modo.

E infine un suggerimento che potrà sembrare apparentemente fuori luogo, ma di cui sono straconvinto, su come sviluppare il ragionamento e lo spirito critico, che è l'ingrediente fondamentale della cultura scientifica: riscoprire, fin dalle elementari, la scrittura! I temi, i riassunti, le ricerche, in cui la stampa da computer e il cut and paste sono tassativamente vietati! Un foglio bianco da riempire con i pensieri usciti dalla propria testa. Una ricerca come si usava quando ero bambino, che implica leggere un testo, CAPIRLO, e riassumerlo con parole proprie. Comprensione e sintesi, ovvero il nocciolo del metodo scientifico! Se non si fa questo esercizio con un testo in lingua italiana, imparando a comprenderlo e sintetizzarlo, come si può pretendere di apprezzare i risvolti e le implicazioni nascoste delle trasformazioni di Lorentz o della legge di Lenz?

E quindi un suggerimento: basta con queste schede precompilate, dove se vuoi scrivere qualcosa hai al massimo due righe di spazio, basta con le risposte multiple, le crocette e le fotocopie, che se c'è un responsabile della deforestazione globale è la scuola italiana dell'obbligo. Basta con le verifiche solo scritte, di materie tradizionalmente orali. Riscopriamo le interrogazioni, dove se non sai parlare o se usi parole scelte a caso lo capisci anche tu sul momento, e non solo perché la prof te lo ha segnato in rosso.  Imparare a porsi in modo critico di fronte alle cose, che è poi l'ingrediente alla base della cultura scientifica, alla fine non è poi un'impresa così difficile.





domenica 6 novembre 2016

Cercare le stanze segrete delle piramidi con i raggi cosmici


Una delle tante ricadute pratiche della ricerca di base


E' notizia recente la scoperta di due ampie zone vuote, finora sconosciute, all'interno della grande piramide di Cheope, che potrebbero indicare la presenza di ulteriori stanze di cui si ignorava la presenza. Scoperte simili sono state recentemente effettuate anche su altre piramidi egizie (fonte).

A parte scatenare la reazione entusiasta e scontata degli ufologi e di tutti i fanatici del mistero, per i quali le piramidi rappresentano la summa di tutte le credenze strampalate di qualunque tipo, e per i quali una stanza ancora inesplorata al loro interno nasconde senz'altro le incredibili tecnologie che gli alieni notoriamente regalavano agli egizi (senza che questi poi le usassero), la cosa interessante è il modo in cui queste scoperte sono state effettuate.

Dato che non è propriamente agevole smontare una piramide e guardare cosa c'è dentro (anche perché poi, una volta smontata, c'è il rischio che passi la voglia di rimontarla o finiscano i fondi dai finanziatori, e va a finire che si lasciano tutti i pezzi in giro, come i bambini quando hanno finito di giocare, che poi la mamma si arrabbia) è stato necessario utilizzare tecniche che permettono di radiografarne l'interno. 

In particolare, tra i vari sistemi utilizzati, c'è la "radiografia a muoni", una tecnica mutuata dalla fisica delle particelle elementari, applicata in questo caso per scrutare l'interno di una struttura di pietra altrimenti inaccessibile.


I muoni sono particelle subnucleari del tutto simili agli elettroni, ma circa 200 volte più pesanti, e sono prodotti in abbondanza dai raggi cosmici. Essi ci piovono costantemente addosso, anche in questo momento, e attraversano noi, le pareti della nostra casa, e a volte anche chilometri di roccia. Tanto per dare un'idea, al livello del mare mediamente 100 muoni al minuto colpiscono una superficie di un metro quadrato.

Questi muoni sono prodotti quando i protoni dei raggi cosmici primari, provenienti da sorgenti astrofisiche di vario tipo, dopo un viaggio indisturbato di svariate migliaia di anni luce incontrano gli strati alti dell'atmosfera terrestre. A questo punto essi urtano contro i nuclei degli atomi che trovano lungo la loro traiettoria, e in ognuno di questi urti si producono cascate di particelle secondarie, attraverso processi che i fisici delle particelle studiano da decenni. Tra le varie particelle che saltano fuori in questi urti, che avvengono continuamente nella nostra atmosfera, sono prodotti anche i muoni, che a questo punto non possono fare altro che pioverci addosso.

Essi, essendo dotati di carica elettrica, quando attraversano uno spessore di materia ionizzano gli atomi che incontrano durante il loro percorso, perdendo quindi un po' della loro energia ad ogni atomo a cui tirano fuori un elettrone. Tuttavia, proprio la loro massa relativamente elevata, unito al fatto che non risentono dell'interazione nucleare, fa sì che essi perdano energia soltanto a causa della ionizzazione che inducono, senza essere bruscamente arrestati (questo è vero se i muoni non sono esageratamente energetici).

Il risultato di tutte queste considerazioni sul comportamento dei muoni quando attraversano la materia è che essi, man mano che attraversano uno spessore di materia come in questo caso la pietra, perdono energia in modo graduale ionizzando gli atomi del materiale stesso, fino a che non hanno più energia e si fermano. E siccome la perdita di energia dei muoni causata dalla ionizzazione è relativamente piccola rispetto alle energie tipiche dei muoni dei raggi cosmici, e comunque ben nota per i vari tipi di materiale (pietra, ferro, aria, acqua etc), il risultato è che essi sono capaci di attraversare grandi spessori di materia prima di fermarsi. Quelli più energetici attraverseranno spessori maggiori, che possono essere anche svariati chilometri di roccia, quelli di energia inferiore si arresteranno prima.

E quindi come si fa a usare i muoni per guardare dentro una piramide?

Ci si mette all'ombra dietro una faccia della piramide con appositi apparati di misura che sono capaci di identificare l'arrivo dei muoni e misurarne la loro direzione, e si registra quanti muoni arrivano dopo essere passati attraverso la piramide stessa e da che direzione arrivano. E poi ci si sposta attorno alla piramide, per fare la stessa misura con i muoni provenienti da direzioni diverse, faccia per faccia.

Per una piramide "uniformemente piena" ci si aspetta che i muoni che passano dopo averla attraversata diminuiscano in modo uniforme, compatibile con la forma della piramide e con la densità della pietra, fattore da cui dipende l'assorbimento dei muoni.

A questo punto però, se all'interno della piramide esiste una stanza vuota, un buco sufficientemente grande, si osserveranno direzioni dalle quali il flusso di muoni passanti è maggiore del previsto, perché in quelle zone c'è meno materia in grado di assorbirli.


Quindi se si osserva una zona in cui il numero dei muoni passanti è alto in maniera anomala, allora vuol dire che lì c'è un buco, una cavità dove i muoni non trovano ostacolo nel loro percorso, e quindi arrivano in maggiore quantità rispetto a quanto ci si aspetterebbe da una piramide uniformemente piena. Semplice no?

La radiografia a muoni è una delle innumerevoli applicazioni pratiche della ricerca di base. Fenomeni inizialmente studiati per la fisica delle particelle, oggi sono applicati a settori completamente diversi, come in questo caso all'archeologia.

Un'altra applicazione interessante della radiografia a muoni è quella di studiare l'interno dei vulcani, come ad esempio il Vesuvio. Conoscere l'interno di un vulcano esplosivo come il Vesuvio è importante non soltanto per motivi accademici, ma anche strettamente pratici, vista la zona ad altissimo rischio in cui si trova. Maggiori dettagli su come si può studiare in maniera indiretta l'interno del Vesuvio, sia tramite i muoni che attraverso altre tecniche, possono essere trovati qui.


martedì 1 novembre 2016

Ciarlatani che diventano "professori"

La non-ricerca delle fonti da parte di certi giornalisti.


Con il recente terremoto che ha colpito la zona di Norcia, si ritorna per forza di cose a parlare di terremoti. E in queste occasioni si da voce agli esperti, che puntualmente vengono interpellati per sapere cosa ci si deve aspettare, se ci saranno altre scosse,  se possiamo stare tranquilli, e tutte le solite domande di rito del caso.  

Questa volta un tema molto sentito è stato il valore della magnitudo della scossa, che inizialmente era stata comunicata a 7.5, poi a 6.1, e infine a 6.5. Persone che fino a ieri ne storpiavano il termine, si sono sentite improvvisamente in dovere di questionare sull'importanza di sapere in tempo reale la magnitudo di un terremoto, manifestando sui social network tutto il loro disappunto sul fatto che nella prima mezz'ora dopo la scossa non ci fosse ancora chiarezza sul valore preciso di questa grandezza, la cui conoscenza esatta era per loro evidentemente determinante per poter affrontare con serenità la giornata.

Ad esempio la senatrice Enza Blundo, del M5S, balzata alle cronache per aver insinuato che la magnitudo vera fosse stata deliberatamente abbassata per non risarcire i terremotati, nel tentativo di chiarire la sua esternazione se ne è uscita con la frase (fonte):
"Ero nella mia casa al sesto piano nella frazione di Pettino e 7.1 di magnitudo mi sembrava abbastanza credibile. Poi sento che dicono 6.1. Premesso che so per certo che all’Aquila non era 5.8, mi sono detta: "Più evidente di così!"
Sembra che all'Ingv, l'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, impressionati da queste dichiarazioni, stiano addirittura pensando di sostituire tutte quelle costose apparecchiature con una batteria di senatori del M5S, che sono in grado di fornire tutti i dettagli sul sisma in tempo reale e che, autodecurtandosi lo stipendio, costano anche meno in manutenzione.

La cosa ha suscitato talmente tante discussioni, con annesse dietrologie del tipo "cosa ci staranno nascondendo", che l'Ingv ha dovuto emettere comunicati specifici per chiarire i termini della questione.

Che ti viene da dire che pensa te se l'Ingv, proprio in questo momento, deve passare il tempo a spiegare a gente che magari crede perfino che il terremoto sia causato dalle trivelle dell'Adriatico o dai neutrini che corrono dal Cern al Gran Sasso nel tunnel della Gelmini (fonte) che è assolutamente normale, direi ovvio, che l'intensità di una scossa sismica misurata online non sia una misura di assoluta precisione, e che è logico aspettarsi dei ritocchi dovuti all'integrazione di questa misura iniziale con misure e controlli più precisi, che per forza di cose sono ottenibili solo dopo un po' di tempo.

Comunque, in tutta questa frenesia nel contattare gli esperti, alcuni hanno pensato bene di contattare Giampaolo Giuliani, che per Leggo ha rilasciato questa intervista.

Innanzitutto chiariamo chi è Giampaolo Giuliani. Giuliani è un ex tecnico dell'Istituto di Fisica dello Spazio Interplanetario (fonte), attualmente in pensione, che ha lavorato per un certo periodo presso i Laboratori Nazionali del Gran Sasso. Non era un ricercatore, né tanto meno professore, non essendo laureato in niente, e ai Laboratori del Gran Sasso era una specie di elettricista al servizio dei vari esperimenti. Non si è mai occupato professionalmente di geofisica, di geologia, o di sismologia, e non ha mai pubblicato nulla in materia su alcuna rivista scientifica peer review del settore, come normalmente fanno coloro che si occupano di ricerca scientifica. 

Tuttavia, a livello puramente personale, si interessava di terremoti, e ad un certo punto della sua presenza ai Laboratori del Gran Sasso si è messo a effettuare autonomamente alcune misure del livello di Radon presente nell'ambiente. Il Radon è un gas naturale che può abbondare nel sottosuolo (ad esempio nelle cantine), e è noto da molto tempo che emissioni di Radon possono essere associate a eventi sismici.  Sottolineo la parola chiave: "possono". 

Infatti le emissioni di Radon possono anche non essere associate a eventi sismici, ma non solo, gli eventi sismici possono anche non essere associati a emissioni di radon.  Come dire, tanto per capirci, che mangiare due porzioni di lasagne può essere associato a una indigestione, ma non è detto che se mangi due porzioni di lasagne avrai sicuramente una indigestione, e nemmeno che, se hai avuto una indigestione, allora hai sicuramente mangiato due porzioni di lasagne.

Tutte queste cose gli esperti di terremoti le sapevano da molto tempo, molto prima che Giuliani cominciasse a trappolare con i suoi rivelatori di Radon.  E sapevano anche - gli esperti - che proprio a causa di questa aleatorietà nelle emissioni di Radon, e nella mancanza di una chiara correlazione con i terremoti, (frutto di studi che gli esperti avevano già effettuato in quantità molto prima di Giuliani) il Radon non è un precursore affidabile. In parole povere se si osservano emissioni di Radon non vuol dire affatto che stia per avvenire un terremoto, e allo stesso tempo un terremoto spesso avviene senza che prima venga emesso alcun Radon.

Per cui avvisare la popolazione strombazzando che sta per avvenire un forte terremoto ogni volta che si osserva uno sbuffo anomalo di Radon è sostanzialmente da incoscienti, oltre che inutile. Se poi vogliamo parlare di cosa realmente implichi l'affermazione "prevedere i terremoti", questo articolo può rappresentare uno spunto di riflessione.

Giuliani è comunque balzato agli onori delle cronache perché si diceva che avesse previsto il terremoto dell'Aquila proprio in base alle emissioni di Radon. Ovviamente nessuno ha realmente controllato come erano andate le cose. Nessuno fra quelli che lo hanno intervistato e descritto come colui che, inascoltato, ha previsto il terremoto. Però si sa come vanno queste cose, e grazie allo scarso interesse nostrano per i fatti, da lì è stata tutta un'escalation, con la creazione di un sito web e di un profilo Facebook dedicato, fan che lo idolatrano come un santone, che lo invitano a non mollare e gli chiedono consigli e parole di incoraggiamento che lui dispensa come se fosse Sai Baba, per arrivare a Santoro che, in uno dei massimi momenti del giornalismo italiano assieme al plastico di Cogne, lo invita in diretta tv in qualità di esperto capace di prevedere i terremoti, osteggiato da quei soloni cattivi degli scienziati, ammuffiti cattedratici che studiano studiano e non capiscono niente (fonte).

Poco conta il fatto che la notizia di aver previsto il terremoto dell'Aquila fosse falsa: Giuliani infatti non aveva previsto alcun terremoto, come raccontato ad esempio qui. Non solo, ma tra le sue "previsioni" c'era anche una scossa di intensità distruttiva a Sulmona, mai verificatasi, che gli è costata anche un avviso di garanzia per procurato allarme.

Ma veniamo alla recente intervista rilasciata da Giuliani, dove l'illustre studioso viene ovviamente presentato come "il sismologo che nel 2009, inascoltato, aveva previsto il terremoto de L'Aquila". Nell'intervista il nostro studioso si lascia andare ad ardite affermazioni del tipo "non dormite in edifici danneggiati" e poi, sbilanciandosi oltremodo, ci fa sapere che "dobbiamo aspettare le prossime 24-48 ore, per capire. Potrebbe infatti verificarsi la scossa principale, fino a 7,5 gradi (i sismologi veri parlano di magnitudo e non direbbero mai "gradi" senza specificare quali) oppure potremmo registrare il decrescere di intensità (...) e poi via via a scemare".  Della serie "ce n'è per tutti, e qualunque cosa accadrà io l'avevo previsto".

E poi conclude con una frase meravigliosa, di altissimo profilo scientifico: "Sperando che poi non ne parta una nuova serie". Poteva aggiungere anche "con l'aiuto del Signore", già che c'era, per dare l'ultimo tocco di scientificità alle sue argomentazioni. Vi fidereste di un meteorologo che dicesse: "entro domani passerà la perturbazione. Poi speriamo che non ne arrivi un'altra"?

Peccato che solo due giorni prima su Facebook (il luogo dove tutti gli scienziati diramano i comunicati...) lo stesso Giuliani avesse scritto: 

"Sono trascorse le canoniche 48 ore dall’evento principale sviluppatosi sulla nuova struttura a Nord delle faglie Amatrice-Accumoli-Norcia. Possiamo quindi considerare l’accadimento di M. 5.9 come evento principale. Pertanto dobbiamo abituarci all’idea di una nuova attività di repliche che dovranno fare il loro corso"

L'insieme delle dichiarazioni contraddittorie di Giuliani, e il suo barcamenarsi su affermazioni generiche buone per tutte le occasioni, è ben riassunto qui.

L'intervista a Giuliani è stata comunque ripresa acriticamente anche da altre testate giornalistiche. Tra queste il Giornale, Libero, e anche il Corriere Adriatico, quotidiano a diffusione marchigiana. Se il Corriere Adriatico ad Ancona è soprannominato Il bugiardò, un motivo ci sarà pure!
 
Però io non ce l'ho con Giuliani. Lui alla fine interpreta la sua parte di furbacchione, come tutti i furbacchioni. Come Vannoni con Stamina, Gava coi vaccini, e come tutti i sedicenti esperti che esperti non sono, che si propongono al mondo come i Don Chisciotte osteggiati dal potere e ignorati dalla scienza ufficiale chiusa nella sua torre d'avorio. Non ce l'ho con lui.

Ce l'ho con quei giornalisti che se devono intervistare qualcuno che parli di terremoti non chiamano un ricercatore del settore (in questi giorni in tanti hanno parlato ai vari tg, e quindi trovarne uno non sarebbe stato difficile),  non chiamano un vero "professore" della materia, ma chiamano Giuliani. Ce l'ho con quei giornalisti che, in quanto tali, dovrebbero essere i primi ad avere a cuore l'affidabilità delle fonti, e che invece vanno a pescare uno totalmente privo di competenze perché si dice che è uno che ne capisce. D'altra parte l'ha detto la televisione! C'è scritto su internet! Uno con tutti quei followers su Facebook non può non capirne, no?

E poi mi fa sorridere quel chiamarlo "professore", anche se Giuliani non è mai stato professore di niente (e lui figuriamoci se li smentisce!). Mi ricorda i parcheggiatori abusivi, che chiamano tutti "dottore". Con la differenza che quelli sono consapevoli che non sei dottore, e quando ti chiamano così ti stanno sottilmente prendendo per il culo, mentre loro, quei giornalisti, ne sono convinti.